
Che cosa farà Giannino da grande?
Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol
fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono
mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa
o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver
governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o
sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che
dovrebbe impensierire il leader di "Fare per Fermare il Declino" -
ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive
gli ha rivolto - riguarda le prospettive politiche del suo
movimento.
In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà?
Dove li porterà? E' ciò che probabilmente molti elettori che
prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi
giorni. Già, perché per quanto ci riguarda - lo diciamo subito a
scanso di equivoci - il suo programma economico lo approviamo al
100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su
riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo,
dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl
(10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno
scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie
esperienze di governo di cui rendere conto.
Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto
d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla
notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader,
anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno
della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il
rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero
disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e
quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli
appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro.
Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito
dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di
voti molto al di sotto di quella soglia. Una regola dura, brutale,
ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che
un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto
utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale
("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di
buttare il tuo voto").
Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e
la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo
progetto. E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma
e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che
non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra,
ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica
tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno
di chiarezza sul dopo. Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi
maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero
il 6,1% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in
Parlamento con 20-30 deputati.
Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe
disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo
caso, dialogo o intransigenza? Ovvio che nel merito Giannino
continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione
liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la
strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano
ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di
successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale
di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun
elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo.
Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese
dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei
consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al
vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999? Il disegno
politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E
attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o
ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non
basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché
ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia
vero.
Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa
eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico
esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper
parlare, ad un target preciso nell'elettorato. Per quasi un anno il
Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi
termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era
enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo
scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a
nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero
tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e quello in avanti
di Renzi?
















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