
Il crollo di Monti
Ieri è stata la giornata delle dimissioni di Giannino dalla
guida di Fare per Fermare il Declino (ora basta accanimento, dietro
di lui c'è un movimento anti-tasse che pecca solo di grillismo e
snobismo), ma poteva passare alla storia di questa breve ma
fastidiosa campagna elettorale come la giornata del tracollo di
Monti, che con il passare delle ore ha inanellato una serie tale di
passi falsi e dichiarazioni contraddittorie da far pensare ad un
disturbo da personalità multipla.
Un vero e proprio crollo comunicativo (e probabilmente anche
psicologico). Monti è stato il primo, ieri mattina, ad arrendersi a
Grillo, che tuonava da Piazza Duomo, a Milano, all'indirizzo dei
partiti: "Arrendetevi! Siete circondati!". La logica della resa si
percepiva, in realtà, già da pochi giorni dopo la sua "salita" in
campo: il premier uscente non è mai apparso convinto di correre per
arrivare primo.
Le continue allusioni alla possibilità, ritenuta addirittura
auspicabile, di un'intesa post-voto con Bersani. I tentativi
persino di dettarne le condizioni, ovviamente rispedite al
mittente. Poi gli inviti alla desistenza a favore di Ambrosoli da
parte dei suoi candidati in Lombardia. E si sa: chi corre per un
buon piazzamento di solito non ottiene nemmeno quello. Secondo le
ultime corse clandestine, i cui esiti ci giungono da parecchi
ippodromi, sarebbero ormai a rischio i tempi necessari a
qualificarsi per la Manche de la Chambre e, di conseguenza, anche
quelli per qualificarsi alle singole corse regionali per la Manche
de le Senat, la più importante.
Addirittura, i "sacchi" di Ipson de la Boccon potrebbero non
essere sufficienti a Bien Comun per aggiudicarsi il Gran Prix
nazionale del 2013. Insomma, ieri mattina Monti tesseva le lodi, ai
limiti dell'endorsement, di Bersani: «Credo che possa governare
molto bene», «ha le qualità necessarie» per fare il premier, ma va
«comprovato». Avete mai sentito un candidato dire di voler
"testare" come premier un suo avversario? No? Già, perché le lodi
di Monti suonano come una resa al fatto di dover mendicare un
ministero nella futura coalizione di governo con il Pd.
Tutti i suoi ragionamenti muovono in direzione della prospettiva
di una «grande coalizione», più volte evocata. A tre giorni dal
voto, quindi, Monti non sembra un candidato alla premiership, ma
ben che gli va ad una "ministership" nel governo Bersani. Effetto
stampella. La resa incondizionata, poi, la consegna simbolicamente
nelle mani di Grillo, blandendo il comico genovese e i suoi
elettori (come da qualche giorno stanno facendo tutti - da Giannino
a Bersani - tranne uno: Berlusconi). Difficile governare con
Grillo, ma «potrebbe essere un ministro tecnico» (dal momento che
non è candidato né alla Camera né al Senato), riesce a dire.
E confessa di avere «lo stesso senso di sgomento rispetto alla
politica e la stessa rabbia» del comico. Eggià, chi non lo vede? E
comunque è a suo giudizio «fondamentale non snobbare» gli elettori
di Grillo, senza i quali «è difficile governare». Nel pomeriggio
Monti riprende a sbarellare di brutto: prima accusa Berlusconi di
usare «illegalmente» i sondaggi, solo perché dice che secondo lui
il "centrino" rischia di non raggiungere le soglie di sbarramento
(il bello, e il brutto, di questa legge è che vieta di pubblicare
sondaggi ufficiali ma non di fare supposizioni); poi rivela che la
«Merkel non vuole il Pd al governo» e infine la chicca: «Se gli
italiani votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli
italiani».
A questo punto, visti anche i tempi preoccupanti dai diversi
ippodromi, Fan Idole dovrebbe mandare qualcuno dei suoi esperti di
gara ad aiutare Ipson de la Boccon, che rischia di rimanere al
palo.





















