
Chi deve aver paura di Grillo?
Riempie le piazze di adepti e curiosi, fa tremare i partiti
tradizionali e comincia a preoccupare il mondo che ci guarda
attonito, fa impazzire i sondaggisti che stentano a quantificarne
il consenso. Ma non è che il movimento di Grillo, a dispetto di
tutti i pronostici e i timori, finirà per essere un fattore di
stabilità nel prossimo Parlamento? Andiamo con ordine.
La forza attrattiva di Grillo, com'è stato spiegato più volte, sta
nel mancato rinnovamento della classe politica italiana (se Renzi
avesse vinto le primarie, è indubbio che lo scenario sarebbe
totalmente cambiato), nel susseguirsi di scandali e di prove di mal
governo dei partiti tradizionali. Ma anche nella furbizia del
comico genovese, che dietro le sue fulminanti battute e invettive
riesce a nascondere da una parte la vacuità, le contraddizioni e
l'impraticabilità delle sue appena abbozzate proposte e dall'altra
la totale incompetenza e ingenuità dei suoi candidati.
Ciò a cui ha saputo dare vita Grillo è un enorme sfogatoio di
rabbia e frustrazioni popolari - pur giustificate - incanalate con
modalità tali da far credere ai militanti di partecipare "dal
basso", mentre lui mantiene il totale controllo, "dall'alto", su
tutte le decisioni più importanti e sulla comunicazione. Purtroppo,
quando capita di ascoltare la viva voce dei candidati del M5S
emergono un'ingenuità, un vuoto e una confusione sconcertanti, tali
da supporre che vietando loro di andare in tv Grillo cerchi di
evitare confronti imbarazzanti. Con grande fatica si cerca di
tirare fuori qualcosa di concreto, finché il candidato messo alle
strette, qualche mattina fa su Radio24, non ammette che «la mia
idea non conta». Viene banalmente detto che Grillo ha ragione nella
denuncia delle patologie italiane - su tutte, la cattiva politica -
ma sbaglia le soluzioni. A nostro avviso ha torto marcio su
entrambi gli aspetti.
La cattiva politica è un fatto, ma nell'analisi di Grillo - se
così si può chiamare - prevale un approccio moralistico. Non si
preoccupa di indagare le cause sistemiche, strutturali, della mala
politica. Per esempio, la presenza eccessiva, inquinante, dello
Stato nell'economia, le risorse eccessive che i nostri politici
sono chiamati (da noi stessi) a gestire, i meccanismi di incentivi
e disincentivi che operano nella pubblica amministrazione, e i
complessi sistemi che regolano l'elezione della rappresentanza
politica a tutti i livelli. Nulla di tutto questo. E qui c'è la
grande, insanabile contraddizione del movimento di Grillo - ma non
solo. Da un lato si scaglia contro i politici incapaci e disonesti,
dall'altro, credendo in questo modo di contrastare il malaffare,
propone di estendere e rafforzare il controllo pubblico, mostrando
un pregiudizio negativo nei confronti del privato in ogni ambito.
L'acqua deve rimanere in mani pubbliche, la scuola e la sanità
ovviamente anche, e così via senza tenere in minimo conto le
ragioni dell'efficienza economica.
Chi dovrebbe gestire, infatti, questo o quel bene/servizio - che
non funziona ma deve rimanere pubblico - se non i politici?
Vorrebbe farci credere che basta cambiare nomi e cognomi di chi
gestisce la cosa pubblica per risolvere tutti i nostri problemi.
Come insegna anche il caso Giannino, la cui campagna elettorale
purtroppo non è stata immune da riflessi "grillini", affidarsi a
presunti "partiti degli onesti" è la premessa per l'ennesima,
inevitabile, delusione. E sono gli stessi candidati grillini ad
ammetterlo candidamente. Sempre a Radio24, uno di loro avvertiva
che «su 100 parlamentari ci sarà qualche mela marcia. Ci sta». E
allora? Cominciamo daccapo?
Gli italiani dovrebbero acquisire piena consapevolezza del fatto
che tutto ciò che è pubblico non può venire gestito, direttamente o
indirettamente, che dai politici che ci scegliamo e che più cose
decidiamo di fargli gestire, più aumentano le probabilità di
cattiva gestione, nel migliore dei casi, e di vere e proprie
malversazioni nel peggiore. I sondaggisti sono in grande difficoltà
nel "pesare" il consenso del M5S: sia perché i mezzi
(prevalentemente telefonici) con cui conducono le interviste
potrebbero non essere idonei a intercettare quel tipo di
elettorato; sia perché ancora non è chiaro se si tratta di elettori
che dichiarano volentieri la propria preferenza, o se si
"vergognano" di farlo, o se dietro il M5S si nascondano elettori di
altri partiti; e infine perché non sanno valutare se Grillo
raccoglie più voti a destra o a sinistra, o da entrambe in egual
misura. Gli ultimi sondaggi inducono a ritenere realistica
quest'ultima ipotesi.
Rispetto al nucleo iniziale del movimento grillino, fatto di
ambientalismo ideologico, antimilitarismo, No Tav, giustizialismo e
denuncia dello strapotere della finanza, posizioni tradizionalmente
di sinistra, nell'ultimo anno Grillo ha saputo cavalcare l'ondata
anti-tasse e la ribellione contro i metodi di Equitalia, la
denuncia degli sprechi e la richiesa di un certo protezionismo,
temi tipici della destra. Non senza qualche scivolone verso destra
e sinistra estreme: l'ipotesi di uscita dall'euro, o di risolvere
il problema del debito semplicemente non ripagandolo, e la proposta
di un reddito di cittadinanza di 1.000 euro a tutti.
Trasversale a destra e a sinistra, e collante, il "vaffa" rivolto
a tutti i partiti e la battaglia contro i costi della politica. Ma
se nella protesta e nella proposta di Grillo si ravvisano elementi
che possono far breccia sia nell'elettorato di centrodestra che in
quello di centrosinistra (e ovviamente nell'astensionismo), questa
apparente equidistanza, o equivicinanza, non trova corrispondenza
nei candidati e negli eletti del movimento, anche se gli elettori -
non conoscendoli - ancora non lo sanno. Laddove ha conseguito uno
dei suoi maggiori successi, primo partito in Sicilia alle elezioni
regionali dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale
alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi
comizi, finendo di fatto nel centrosinistra.
A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti
all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al
governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano
consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di
bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale,
un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.
Proprio a questo si riferiva Bersani quando accennava alla
possibilità di «fare scouting» tra i grillini eletti alla Camera e
al Senato. E proprio per questo gli eletti del M5S potrebbero
giocare, a sorpresa, un ruolo stabilizzante nel prossimo
Parlamento.
Molto difficile, infatti, che l'opposizione grillina sia
disponibile a sommare i propri voti a quelli di Berlusconi e della
Lega per far cadere un governo Bersani; e persino possibile, se non
probabile, che come avvenuto in Sicilia, in gruppo o in ordine
sparso, gli eletti grillini decidano di dialogare con il Pd e di
offrire, più o meno stabilmente, il proprio sostegno esterno al
governo di centrosinistra.





















