
L'apologia delle promesse
Siamo arrivati al punto che qualsiasi proposta di riduzione
delle tasse, si tratti di Imu, Irpef o Irap, viene additata come
irresponsabile demagogia, becero populismo. Ogni proposta viene
irrisa o snobbata: e meno è generica, più è corredata di numeri,
peggio è. I conti non lo permettono, l'Europa non lo permette, la
Merkel non lo permette. In parte il discredito generato dal
fallimento del precedente governo di centrodestra nel mantenere le
sue promesse in tema fiscale ha contribuito ad alimentare questo
clima nel dibattito pubblico, rendendo difficile per chiunque
raccogliere il testimone della battaglia per la riduzione delle
imposte.
Dal momento che i politici non le mantengono, rifiutarsi di fare
promesse è diventato sinonimo di serietà e quindi un tratto
distintivo del profilo del premier dimissionario Mario Monti, e per
il segretario del Pd Bersani un pulpito dal quale denunciare il
populismo di Berlusconi e differenziarsi dal suo stile politico. Le
promesse elettorali sono state in qualche modo bandite, messe fuori
legge, al di fuori della sfera della rispettabilità politica. In
effetti, le promesse sembrano fatte apposta per non essere
mantenute. In ogni ambito della vita, figuriamoci in politica.
Forse sarebbe meglio parlare di impegni.
Chiamateli come volete, forse il problema non sta nelle promesse o
negli impegni, bensì nel mantenerli una volta assunti. Ma in
politica non se ne può fare a meno. E' poi sulla capacità di
onorarli che si dovrebbe misurare la credibilità di un politico.
Serio e affidabile non è il politico che non fa promesse o non
prende impegni. Costui semplicemente non è un politico. Serio e
affidabile è il politico che si assume degli impegni, anche
rischiando, mettendoci la faccia, e li onora. Sembra accorgersene
piano piano anche Mario Monti, il cui difetto principale di questo
inizio di campagna elettorale è di evitare qualsiasi allusione che
possa suonare come promessa per preservare la sua immagine di
tecnico, non politico, serio e affidabile, rischiando però di non
comunicare altro che grigiore all'opinione pubblica.
Nelle sue ultime apparizioni televisive, anche Monti sembra aver
capito che la propria autorevolezza personale non può bastare agli
elettori come garanzia di una prospettiva di miglioramento delle
loro condizioni di vita. Occorre esporsi: l'Imu va rivista, l'Irpef
ridotta di un punto, e nella sua agenda è apparso persino un
«reddito minimo di sostentamento» che a occhio e croce dovrebbe
costare diversi miliardi di euro. Dove li trova i soldi? E' lo
stesso Monti che diceva che abolire l'Imu sulla prima casa è da
demagoghi irresponsabili? Certo, la pressione fiscale è eccessiva,
occorre ridurla, concedono più o meno tutti, politici e
opinionisti, ma «non appena le condizioni generali lo
consentiranno», o con i proventi della lotta all'evasione fiscale,
o quando i ricchi pagheranno il giusto.
Sono queste le espressioni che suonano come "responsabili", ma
dietro cui in realtà si nasconde l'inganno, o semplicemente la
mancanza della volontà di agire. Ridurre le tasse non solo è
possibile in modo responsabile, cioè tagliando la spesa e il
debito, ma doveroso dal punto di vista etico e l'unica speranza per
tornare a crescere dal punto di vista economico. Il problema non
sta nelle proposte in tal senso, ma nella credibilità di chi le
avanza. L'Imu sulla prima casa vale 4 miliardi. Si può ritenere
opportuna o meno la sua abolizione, ma non si può sostenere che non
si possono trovare le coperture necessarie. Per ridurre la
pressione fiscale di un punto percentuale l'anno per cinque anni
occorrono circa 16 miliardi l'anno.
L'impresa è ardua ma non impossibile, a patto di ridurre spesa
corrente e interessi sul debito (quindi abbattendo anche lo stock
del debito), che ammontano annualmente a 800 miliardi. E a patto,
ovviamente, di avere la volontà politica di farlo, il che significa
anche saper individuare i capitoli di spesa da tagliare e non
raccontare balle. Soprattutto in tema fiscale nessuno può
rivendicare copyright. Tutte le proposte e varianti possibili e
immaginabili sono sul tavolo da anni. Il punto è capire chi è più
credibile nel farle proprie oggi. Le promesse sono il sale della
politica; il problema è mantenerle, non evitare di farne.





















