
Gli errori di Monti
Possibile che Monti in televisione risponda, anche in modo un
po' scocciato, che è «prematuro» parlare di alleanze dopo il voto,
e intanto ne parla in incontri più o meno segreti con Bersani? I
cittadini non hanno diritto di sapere se si sta cercando un accordo
di governo, «un'intesa di massima a collaborare», o quanto meno un
patto di non belligeranza? E i giornalisti con la schiena dritta,
non dovrebbero a questo punto pretendere da Monti una
risposta?
Fin da subito l'operazione Monti ha assunto una chiara
connotazione centrista e l'odore di accordo post-elettorale con la
sinistra (sia per opportunismo, perché il Pd è da mesi vincitore
annunciato delle prossime elezioni, sia per convergenze politiche)
si è avvertito distintamente. Fin dalla conferenza stampa di fine
anno del 23 dicembre, trasformata in un comizio contro Berlusconi,
ma ancor prima, dal momento che nell'azione di governo Monti ha
avuto maggior riguardo nei confronti dell'elettorato di
centrosinistra, cedendo ai veti di Pd e Cgil. Molto prima, quindi,
che dalla destra partisse al suo indirizzo l'accusa di essere una
«stampella» della sinistra e ben prima del suo incontro con
Bersani.
Che ci sia tra sinistra e centro "montiano" un patto di non
belligeranza durante la campagna elettorale e un'intesa di massima
per il dopo non può che rappresentare un elemento di chiarezza per
gli elettori. Ma è un grave errore sia tattico che strategico di
Monti, qualsiasi sia il suo obiettivo. Così facendo, infatti, si
scopre su entrambi i fronti: da una parte, avvalorando la tesi di
Berlusconi del "centrino" e del "leaderino" al servizio della
sinistra, sarà sempre più difficile conquistare i voti di quella
parte dell'elettorato di centrodestra, la maggioranza, che rifiuta
qualsiasi compromesso con la sinistra; dall'altra, l'accordo
annunciato con Bersani tranquillizza gli elettori del Pd
preoccupati dell'influenza di Vendola e di un eccessivo
sbilanciamento a sinistra dell'alleanza dei progressisti.
E' proprio per tranquillizzare questi elettori, che potrebbero
essere attratti dal voto alla Lista Monti, che Bersani e D'Alema si
sforzano di dare per certa la collaborazione con il professore e la
sua compatibilità con Vendola. Anzi, per il Pd sarebbe la
combinazione perfetta: trovarsi nella posizione di perno tra un
centro e una sinistra radicale sufficientemente grandi da rendere
numericamente solida la maggioranza e da essere "palleggiati" come
contrappeso l'uno dell'altra, ma non abbastanza da esercitare un
potere di veto.
Significherebbe, per gli ex Pci, una centralità politica senza
precedenti, e a lungo agognata. Ogni volta che Monti non risponde,
o risponde ambiguamente, alla domanda sulle alleanze
post-elettorali nel caso, molto probabile, che la sua coalizione
non uscisse maggioritaria dalle urne, rafforza la sensazione
dell'ineluttabilità di un accordo con Bersani, perdendo capacità
d'attrazione sia alla sua destra che alla sua sinistra. Da una
parte, attaccando Berlusconi da una posizione centrista, da suo ex
elettore deluso per la mancata "rivoluzione liberale", cerca in
effetti di contendere all'ex premier il suo elettorato, ma
dall'altra, finché permane l'ambiguità di fondo sul suo
posizionamento dopo il voto, il suo "antiberlusconismo" rischia di
venire percepito come una prova della sintonia e dell'alleanza con
la sinistra.
L'errore strategico di fondo, come ripetiamo da mesi, sta nel non
aver voluto dar vita ad una nuova offerta politica di centrodestra
nettamente alternativa al centrosinistra. Una forza, cioè, che in
uno schema bipolare ambisse a governare senza i voti del Pd o, nel
caso di sconfitta, disposta a restare all'opposizione. E' anche
vero che le scelte non facili di politica economica di Monti nei
suoi 13 mesi di governo hanno reso problematico il rapporto con
l'elettorato di centrodestra, ma nulla è stato tentato finora per
recuperarlo, a parte i goffi, tardivi e un po' irrispettosi
tentativi di dissociazione dall'Imu e dal redditometro. E
l'impressione è che non basti mettere in lista Albertini, Mauro,
Sechi e Cazzola.
Per quasi un anno Berlusconi è stato assente dalle scene, il suo
partito ridotto ai minimi termini, l'elettorato sfiduciato,
smarrito, lontano, in attesa di nuove offerte alternative alla
sinistra. Le quali però in tutto questo tempo non sono arrivate e
ciò permette oggi a Berlusconi di credere nell'impresa, perché
l'unico ostacolo che ha di fronte nella riconquista del suo
elettorato è la delusione, il disgusto per la politica, la sua
azzerata credibilità, ma non un'offerta politica concorrente.
Proviamo a pensare alla politica nei termini di un mercato di beni:
il prodotto che mancava e per cui c'era una forte domanda sul
mercato politico, era un nuovo prodotto rivolto ai consumatori di
centrodestra, ormai delusi dal vecchio.
Purtroppo, sia il suo operato come premier, sia la tentazione di
giocare una partita personale che potesse massimizzare le sue
chance di tornare subito a Palazzo Chigi, hanno portato Monti ad
offrire un prodotto che non colma il vuoto nel mercato. L'ha di
recente sottolineato, su Il Foglio, anche Giovanni Orsina, per il quale «con l'ovvia
eccezione del Cavaliere, oggi di fatto nessuno sta chiedendo il
voto all'elettorato berlusconiano», sostanzialmente a causa di un
più o meno consapevole pregiudizio, se non disprezzo, una vera e
propria distanza antropologica, rispetto a quell'elettorato.
E l'ha spiegato ancor meglio Franco
Debenedetti: «Monti si rivolge alla parte sbagliata del paese.
C'è un compito, dare una prospettiva politica nuova a quel 40% di
italiani che ha votato Berlusconi. L'errore dell'antiberlusconismo
quale abbiamo finora conosciuto è stato di non distinguere tra
Berlusconi e chi lo eleggeva, di disprezzare questi per demonizzare
quello. L'antiberlusconismo ha contagiato Monti che non ha capito
che quella era l'operazione che avrebbe stabilizzato e reso
"europeo" il panorama politico italiano.
Invece di questo disegno, Monti ha preferito impegnarsi in un
gioco che è insieme rigido nelle apparenze e ambiguo nella
sostanza, che invece di imporsi come visione di assetto politico
del paese, è preoccupato di assemblare sufficienti consensi per
entrare nei giochi politici che si potrebbero aprire dopo le
elezioni». Anche l'idea di Monti - un po' ingenua ma rispettabile e
non del tutto infondata - di ridefinire i confini politici
sull'asse riformatori/conservatori, piuttosto che su quello
destra/sinistra, è stata vanificata, contraddetta, imbarcando Fini
e Casini nell'operazione. Ma è un'impostazione, osserva
correttamente Debenedetti, che esprime «una vocazione tecnocratica,
per cui le riforme avrebbero ragione in sé di essere fatte e non
ragioni che derivano da una visione complessiva della
società».
L'asse destra/sinistra sarà anche logoro, ormai incapace di
rappresentare la complessità della realtà politica, ma ciò non
toglie che in democrazia le diverse visioni della società contano
ancora.





















