
Trasformismo anticipato
Siamo entrati nell'era del trasformismo anticipato. Ai nostri
giorni va affermandosi una nuova categoria di politici: coloro che
ancor prima di essere candidati a qualcosa hanno già indossato
(quasi) tutte le casacche. Ma che non "entrano in politica", non
"fanno politica". No, costoro - ci dicono - "vengono dalla società
civile". Non bisogna sorprendersi, dunque, se qualche candidatura
qui e là sembra davvero stonata in questa o in quella lista. Sono
saltati tutti gli schemi, ogni riguardo alla coerenza, spesso anche
il senso del ridicolo.
I partiti sono a caccia di esponenti della cosiddetta "società
civile" da usare come altrettante foglie di fico sui fronti in cui
ritengono di essere scoperti, come specchietti per le allodole
verso questo o quel pezzo di elettorato; d'altra parte, molti di
essi sono ben consapevoli di quale sarà il loro ruolo, ma qualsiasi
tram è buono pur di entrare in Parlamento. Nessuno si pone limiti.
Nessuno che si preoccupi della compatibilità delle proprie idee con
la storia, i personaggi e i programmi della lista in cui verrà
eletto. Quindi capita di trovare nello stesso partito il più
estremista dei sindacalisti e l'ex duro di Confindustria; il
cattolico bigotto e lievemente omofobo e l'attivista gay.
Nulla può più stupire in un simile caos. Si inizia firmando il
manifesto di Giannino e si finisce candidati con il Pd; ci si batte
al fianco di Renzi per le unioni gay e si finisce alla corte di
Casini e Buttiglione; da capolista per Monti nell'arco di un paio
di giorni si diventa capolista Pd; si inizia da intellettuali della
Right Nation e si finisce abbracciando il liberal-keynesiano Monti.
Se è vero che in una certa misura lo schema destra/sinistra non è
più sufficiente a descrivere e a spiegare la realtà politica, è
anche vero che fino ad oggi nessuna iniziativa centrista, nemmeno
quella di Monti, è riuscita a introdurre elementi di chiarezza e a
definire nuove linee di demarcazione dotate di maggiore senso
ideale e politico.
Detto in parole semplici: non sono riuscite a separare i
riformatori da una parte e i conservatori dall'altra, hanno solo
dato vita ad ammucchiate alla ricerca di rendite di posizione. C'è
sempre il trasformismo tradizionale, quello di chi in Parlamento è
pronto a spostarsi da un partito all'altro per determinare nuove
maggioranze e nuovi equilibri, spesso ricavandone vantaggi
personali; ma oggi il trasformismo inizia ancor prima di entrare in
Parlamento, anzi come espediente per entrarvi, o comunque come
mezzo di auto-promozione: uno sponsor politico per fare carriera.
Tutto in nome della rappresentanza di questa benedetta "società
civile". Lungi dal sostenere minimamente il professionismo in
politica. Ma cos'è, esattamente, questa entità che sembra in grado
di trasformare in oro anche la... ehm... di trasformare in oro
chiunque e qualunque lista?
La società civile siamo tutti noi e i rappresentanti della società
civile non sono altro che i politici che eleggiamo come tali: i
parlamentari. Essendo però così impopolare, al giorno d'oggi,
ammettere di voler fare politica, quelli desiderosi di entrarvi si
sono auto-proclamati rappresentanti della società civile avanzando
la tesi che per rinnovarsi la politica avrebbe dovuto aprire le
porte, appunto, alla società civile. Cioè, a loro. Questo fenomeno
- la corsa a candidare il magistrato, il professore, il
giornalista, lo sportivo, il sindacalista, l'industriale (e da
parte di queste figure a farsi candidare) - ha raggiunto in questi
giorni effetti parossistici. Tutto legittimo, per carità.
Quello che si chiede è un minimo di pudore: dite che vi candidate
in rappresentanza di voi stessi, al massimo delle corporazioni e
delle organizzazioni di cui fate parte, ma non della "società
civile". Se non altro, a questo punto, la cosiddetta "società
civile" non avrà più alibi, non potrà più prendersela con la
politica, essendo diventata essa stessa "la politica".





















