
Le destre sono tante: riuniamole
È probabile che la diaspora sia irreversibile. Ma è certo
che la Destra diffusa è ben viva e perfino operante. Rimane,
incontestabilmente, l'aspirazione ad una sua ricomposizione
politica, ma le condizioni sembrano proibitive non tanto per
l'indisponibilità di una non marginale porzione di elettorato a
riconoscersi in essa, quanto per la mancanza di uno o più
«federatori» disposti ad assumersi il ruolo di mettere assieme le
tessere di un mosaico finito in pezzi per il progressivo sfaldarsi
di una comunità umana sotto le spinte di aggressivi
personalismi.
La Destra, insomma, è politicamente sparita non al momento
dell'accordo notarile che ha sancito la nascita del Pdl, ma molto
prima, quando più o meno tutti i suoi esponenti di vertice si sono
resi conto che la spinta propulsiva di quell'aggregazione nata a
Fiuggi nel 1995 si era esaurita. Diciassette anni dopo la Destra
post-Msi e post-An s'interroga sul suo smarrimento ed è tentata (ma
solo tentata) dal ritrovarsi in un unico contenitore, con la
precisazione, anche da parte di coloro che dimostrano maggiore
inclinazione in tal senso che mai e poi mai sarebbero disposti ad
un pigro "ritorno a casa". Li si può comprendere: dopo averla
inopinatamente sfasciata sarebbe quanto meno schizofrenico
ricostruirla in formato ridotto.
Tuttavia non mancano segnali importanti che indicano come quella
che chiamo non da oggi, ma da anni, «Destra diffusa» possa comunque
avere un ruolo politico significativo nella fase di scomposizione
dell'attuale sistema partitico e nella sua inevitabile
ricomposizione. Le forme di accentuazione delle tematiche di
democrazia diretta e, sia pure sottotono, di quelle maggiormente
afferenti alla sovranità - politica, economica, culturale - cui le
soggettività destriste stanno portando avanti (anche al fine di
marcare le differenze con un ceto neo-centrista improvvisamente
dimostratosi aggressivo ed intollerante nello stesso Pdl, di
provenienza perlopiù forzitaliota, con l'apprezzabile neutralità
infastidita di coloro che provengono dall'area liberal-socialista)
indicano che una linea di demarcazione identitaria è nell'ordine
delle cose se s'intende incidere nelle scelte politiche che
riguardano non soltanto un contenitore-partito, ma i destini stessi
del centrodestra e, dunque, del Paese.
Da qui, dalla riemersione del presidenzialismo (sia pure dimesso
ed improvvisato, come risulta dal testo approvato al Senato), dalla
proposta di introdurre le preferenze in un sistema che sta
ridiventando proporzionale (e non vi è chi non rilevi la
contraddizione con la professione di fede bipolarista e
maggioritarista) e dalla battaglia per le primarie (immagino a
tutti i livelli, dunque anche nella scelta dei candidati al
Parlamento, se non altro per coerenza), la Destra dimostra una
caratterista tutt'altro che formale nel volersi porre come
antesignana di una «rivoluzione» costituzionale caratterizzata
dall'integrazione del principio decisionistico dell'autorità con
quello comportamentale della libertà vincolata al patriottismo dei
doveri verso la comunità nazionale.
La manifestazione che l'altro giorno, promossa principalmente da
Andrea Augello, si è dispiegata in piazza San Giovanni a Roma sui
temi richiamati, con grande concorso di cittadini, è il segno più
evidente che il grande tema della partecipazione, cui pure era
intitolata, è profondamente sentito in larga parte di
quell'elettorato che cerca insistentemente un approdo partitico
dopo le delusioni registrate (e sopportate) negli ultimi anni. Se
poi Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Giorgia Meloni - e cito i
più rappresentativi - molto si stanno spendendo per le preferenze e
le primarie, mentre il sindaco di Roma Gianni Alemanno prova a
coinvolgere la cosiddetta società civile nel suo progetto di
rinnovamento che caratterizzerà la campagna elettorale per la
riconquista del Campidoglio, vuol dire che il muro
dell'indifferenza nella Destra è caduto e che, dunque, comunque
tali sommovimenti li si voglia interpretare, non è certo il caso di
sottovalutarli o addirittura di demonizzarli al fine di
svuotarli.
Che la Destra si riprenda il suo spazio è più che naturale finché
ha idee da spendere che, al di là delle stesse intenzioni di chi le
incarna, emergono in virtù della loro forza a fronte dei tempi che
sembrano richiamarle sul proscenio: vale per il sovranismo, come
per il presidenzialismo decisionista, come per la rappresentatività
organica dei ceti e del territorio. Ma vale soprattutto per quella
concezione dell'identità che quando sbiadisce una nazione affoga,
mentre ad essa sola è possibile riferirsi nel tentativo di
ricomporre la necessaria coesione per affrontare le prove più dure
che innegabilmente l'avvenire ci riserverà.
A questa Destra in movimento, che non vuol soltanto mostrare i
muscoli al Cavaliere ed ai suoi sodali, non dovrebbero essere
estranee tutte le Destre che nel frattempo si sono formate e
differenziate, a cominciare da quella di Francesco Storace che è
una realtà di indiscutibile attrattiva elettorale oltre che di
coerente soggettività politica con la quale gli antichi compagni di
strada devono riprendere il filo di un discorso non tanto per
simpatia, quanto per la necessità che trascende i motivi stessi
della diaspora venuti meno man mano che si manifestava la fragilità
del Paese e l'inconsistenza della politica a farvi fronte. E così
nei confronti di Silvano Moffa e della sua Azione popolare, di
Pasquale Viespoli e della sua Coesione nazionale, di Adriana Poli
Bortone e del suo generoso «sudismo» e di tante altre componenti
l'impalpabile Destra diffusa.
Non è un soggetto declinabile politicamente, ma che potrebbe e
dovrebbe interagire con le Destre impegnate nelle istituzioni, il
neo-movimento (non saprei se è corretto definirlo così) di raccordo
tra intellettuali di area appena lanciato con passione ed
intelligenza da Marcello Veneziani e condiviso da tanti dispersi
frammenti di intelligenze critiche, ma animate dall'ansia di
riannodare ciò che è stato stupidamente slegato. Potrebbe diventare
il perno intorno al quale far ruotare una nuova forza tutt'altro
che in antitesi alle altre forze che si riconoscono nel
centrodestra ma che con queste, anzi, dovrebbe interagire. Se la
Destra c'è, dunque, perché continuare a negarla? Le si dia una
forma affinché la si possa riconoscere.
(Il Tempo)














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