
Olimpiadi tossiche per i gadget cinesi
Dicono al Sud "cornuti e mazziati". Epiteto non elegantissimo ma
senz'altro efficace per riassumere l'ennesima polemica olimpica.
Che questa volta riguarda Wenlock e Mandeville, le due gocce
d'acqua mascotte di Londra 2012 protagoniste di una storia identica
a quella già raccontata per le uniformi Usa "made in China". Anche
le mascotte olimpiche, come le tute degli atleti statunitensi, sono
state prodotte in Cina, nel Guangdong, con tutti gli annessi e
connessi: operai sottopagati (sette euro al giorno per turni di
dodici ore dove gli straordinari non sono un optional ma vengono
imposti, chi rifiuta può licenziarsi), mancanza di dotazioni di
sicurezza (mascherine fornite in quantità insufficiente per
proteggersi da polveri e vernici), spazi di lavoro angusti e
malsani.
A rivelarlo - scendendo in dettagli raccapriccianti, come il fatto
che gli operai tornano a casa la sera con la saliva e le mucose
colorate per quanta vernice hanno respirato - sono un rapporto di
Sacom (gruppo per la difesa dei diritti dei lavoratori di Hong
Kong), e lo studio " Toying with workers' rights" (commissionato da
alcune ong e sindacati internazionali), che gettano nuove ombre
sulla serietà del Comitato organizzativo, colto in flagrante
violazione del proprio statuto. Secondo il codice di condotta del
"London Organising Committee of the Olimpic Games" (LOCOG) tutti i
prodotti devono essere realizzati rispettando gli standard di
lavoro internazionali. Ma alla Xinda e alla Shiwei, le fabbriche
cinesi dove Wenlock e Mandeville prendono forma, da mesi la
priorità è solo una: soddisfare la domanda, non importa a che
prezzo e in che modo ciò avvenga.
Il Comitato olimpico reagisce alla polemica promettendo
un'indagine sulle effettive condizioni di lavoro nei due
stabilimenti. L'ufficio stampa di Londra 2012 intanto dichiara:
"Mettiamo al primo posto le questioni etiche, sociali e
ambientali", quasi a mettere le mani avanti. Se il reato sarà
riscontrato, c'é da scommettere che sosterranno di essere stati
all'oscuro di quanto avveniva in Cina. Peccato che questa stessa,
identica storia - della Cina che ruba all'Europa stabilimenti di
produzione e posti di lavoro e restituisce merce tossica o prodotta
in violazione dei diritti dei lavoratori - si ripeta da anni, trita
e ritrita, uguale a se stessa. Ne cambia solo la declinazione, a
volte riguarda mascotte olimpiche, a volte gadget dei mondiali di
calcio o bolle di sapone, parti di giocattoli, articoli di
pelletteria. Se continuano così, con il finto sdegno, gli europei
perderanno anche il diritto di lamentarsi.
É ora di svegliarsi ed agire. Di pretendere l'applicazione della
esistente normativa internazionale. Pena il blocco delle
importazioni. La finta indignazione non ha più senso. Fino a quando
la retorica sarà l'unica risposta che daremo a Pechino vorrà dire
che stiamo bene - o che in fondo ci conviene - così: cornuti e
mazziati. Senza lavoro e pure intossicati.












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