
Giovani Pdl e legge elettorale
In questi giorni i maggiori partiti del Parlamento stanno discutendo sulla riforma della legge elettorale. Lo scorso 16 gennaio, in occasione dell'incontro per la presentazione del libro di Angelino Alfano "La Mafia Uccide d'Estate" il Coordinamento nazionale di Giovane Italia ha presentato una serie di proposte al segretario del Pdl. Tra queste, anche la proposta del movimento giovanile sulla riforma della legge elettorale, che chi scrive, su indicazione del Coordinatore nazionale Annagrazia Calabria, ha avuto l'opportunità ed il piacere di illustrare.
Occorre chiarire che la legge elettorale non è un dogma ma uno
strumento; soprattutto non può esistere una legge elettorale
perfetta. Gli assi portanti su cui la proposta si sviluppa sono
fondamentalmente tre: il mantenimento del bipolarismo,
l'indicazione chiara del candidato premier e la scelta diretta del
parlamentare di riferimento da parte dell'elettore. Si è tenuta da
conto l'esigenza di sviluppare una proposta che fosse "votabile"
dall'attuale Parlamento. Quello eletto - è giusto ricordarlo - da
un sistema bloccato, con il quale è stato impossibile indirizzare,
e dunque ricevere, un consenso personale. L'ipotesi proposta, con
tali premesse, è stata strutturata in un sistema misto suddiviso in
due parti.
La prima parte del disegno di legge legge prevedrebbe il
mantenimento dell'attuale legge elettorale per un terzo dei
parlamentari. 210 Deputati, di cui 140 direttamente e 70 con il
premio di maggioranza, e 105 Senatori, di cui 70 direttamente e 35
con il premio di maggioranza, ripartito a livello regionale,
potrebbero essere eletti con la legge Calderoli. Questo
permetterebbe certamente l'ingresso nelle istituzioni a personalità
della società civile, a tecnici, a docenti universitari, e a donne
e giovani che non fanno politica di mestiere. Categorie quindi
avrebbero difficoltà ad essere eletti direttamente dai cittadini
tramite le preferenze o in collegi uninominali. Inoltre il premio
di maggioranza verrebbe assegnato alla coalizione considerando la
sola quota proporzionale (pari, come detto, ad un terzo degli
eletti), valutando l'utilità oggettiva dei tecnici in parlamento
per chi sarebbe chiamato a governare.
A questo potrebbe sommarsi un necessario innalzamento dello
sbarramento al 6% per i partiti non coalizzati alla Camera dei
Deputati, e al 3% per chi concorre all'interno di uno
schieramento.Allo stesso modo al Senato, le soglie di accesso
sarebbero elevate rispettivamente al 10% e all'8%. Il tentativo
sarebbe quello di evitare la frammentazione partitica, e di
preservare un regime bipolare.
Per i restanti due terzi dei parlamentari, la discussione politica
all'interno dei giovani del Pdl ha condotto ad un'analisi delle due
più classiche modalità di elezione: le preferenze ed i collegi
uninominali.
In entrambi i casi sono emerse le criticità derivanti dai due
sistemi. Le preferenze, in particolare quelle singole, sono
rischiose per quel che riguarda derive clientelari, il pericolo di
corruzione, e la disparità tendenziale di risorse da poter spendere
in campagna elettorale. Per i collegi uninominali si è riscontrato
il limite di poter eleggere un solo parlamentare nel collegio di
riferimento, afferente dunque ad una sola parte politica, rendendo
la sua posizione elettiva eccessivamente caratterizzante per
l'intero territorio di riferimento. Inoltre la ripartizione in
collegi, non differirebbe troppo dal sistema delle liste
bloccate.
Così, dopo una lunga ed accesa discussione, si sono sviluppate due
ipotesi sulle quali proporre di far lavorare le aule. La prima
prevedrebbe l'istituzione di collegi uninominali (420 alla Camera e
210 al Senato) individuati non con il sistema maggioritario, ma con
modello che ricalchi quello delle elezioni provinciali, nell'ambito
delle quali ogni collegio può esprimere anche più di un eletto. Ad
ogni partito verrebbero attribuiti i seggi con un metodo
proporzionale sulla base del risultato elettorale ottenuto a
livello regionale. Sarebbero poi eletti i candidati che nei singoli
collegi ottengono le percentuali più alte relativamente alla
propria lista di appartenenza. Con questo sistema, quindi si
offrirebbe la possibilità ai candidati nei collegi "non blindati"
di assottigliare il gap attraverso la campagna elettorale. In tal
modo, i partiti dovrebbero presentare la propria lista in tutti i
collegi, evitando le storture di collegi uninominali nei quali un
esponente di uno specifico raggruppamento si trova a rappresentare
l'intera coalizione che lo sostiene (cfr elezioni 1996 e 2001). Un
buon candidato che fa una buona campagna elettorale potrebbe essere
anche eletto in un collegio dato in partenza "perdente", ed al
contrario, un candidato in un collegio "blindato" dovrebbe comunque
fare campagna elettorale perché altrimenti potrebbe rischiare di
non essere eletto in quel collegio.
La seconda ipotesi, che differisce sostanzialmente dalla prima ma
che potrebbe determinare gli stessi esiti, sarebbe quella
dell'istituzione di 25-30 collegi a livello nazionale, ed un
sistema proporzionale con 4 preferenze. Ricalcando il modello in
vigore per le elezioni europee. Questo permetterebbe la riduzione
dell'incidenza delle disparità economiche in campagna elettorale,
anche perché i collegi sarebbero più piccoli rispetto a quelli
delle elezioni europee. Le quattro preferenze, permetterebbero
l'accesso alle istituzioni anche ai giovani, che correrebbero a
sostegno (e sostenuti a loro volta) dei big del partito. L'ovvia
obiezione è che, attraverso accordi predeterminati, non verrebbero
eletti coloro i quali avrebbero più consenso reale, ma quelli che
riescono a chiudere i migliori accordi. Tuttavia, a nostro modo di
vedere sarebbe un ulteriore modo per limitare i "battitori liberi"
ed i professionisti della preferenza, che abbiano la supponenza di
essere stati eletti con la sola propria rete di conoscenze e non
all'interno di dinamiche proprie di un partito. Le quattro
preferenze permetterebbero inoltre l'eventualità attribuire una o
due preferenze alle donne. Anche se, come Giovane Italia, non
guardiamo con favore alle quote ros.
Come eventuali norme aggiuntive, come votato all'unanimità in
occasione del Consiglio nazionale del primo luglio, si potrebbe
richiedere che almeno il 75% dei nuovi candidati debba aver avuto
una precedente esperienza amministrativa negli Enti locali, della
durata di almeno due anni.
Il movimento giovanile del Pdl ha presentato questa proposta, con
la legittima presunzione che possa essere presa in considerazione
come modello su cui discutere. Ora la palla passa al Parlamento,
che deve comprendere un solo concetto fondamentale: la legge
elettorale attuale non piace ai giovani, non piace ai
cittadini italiani e deve essere cambiata. Per riportare la
Politica al primato che le spetta.
Alessandro Colorio è Coordinatore Regionale del Lazio
della Giovane Italia, movimento giovanile del Popolo della
Libertà





















