
Monti sceglierà il Ppe?
Le parole di Bersani, «disponibile ad un dialogo con le forze
del centro europeiste e costituzionali» in «qualsiasi condizione
numerica» dovesse ritrovarsi dopo il voto, cioè che riesca o meno a
conquistare la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere,
rivelano l'errore storico che rischiano di commettere Monti e i
"montiani" di diversa estrazione (terzopolisti mancati,
montezemoliani e pdiellini).
L'invito al vertice di ieri a Bruxelles è per Monti una sorta di
investitura da parte del Ppe. Ma Monti, e tutti coloro che
auspicano un Ppe italiano "de-berlusconizzato", dovrebbero tenere
ben presente che in tutti i paesi europei i popolari sono
espressione di un elettorato di centrodestra, non solo di centro, e
che nessuno di quei partiti permetterebbe mai di essere
rappresentato non in alternativa ma come stampella della
controparte socialista.
E' ciò che invece rischia di accadere in Italia, se solo allo
scopo di isolare, e liquidare Berlusconi, Monti e i montiani non
avranno il coraggio di smarcarsi dal tentativo di abbraccio del
segretario del Pd, che ha bisogno di un contrappeso centrista per
rendere credibile agli occhi dell'Europa e dei mercati la sua
alleanza sbilanciata a sinistra e che teme, invece, che attorno a
Monti leader si coalizzi un nuovo centrodestra alternativo, e
vincente, rispetto al suo «squadrone».
Berlusconi o no, c'è una parte del paese - difficilmente
quantificabile ma consistente, che corrisponde in gran parte
all'elettorato del Pdl del 2008 - che si riconosce in un'offerta
politica di centrodestra chiaramente alternativa alla sinistra.
Conviene al paese che insieme all'"acqua sporca" Berlusconi, si
getti via anche il "bambino", il bipolarismo, che caratterizza i
sistemi politici di tutti i maggiori paesi europei, per altro
regalando comunque al Cav una fetta di elettorato senza il quale
qualsiasi coalizione di centrosinistra sarebbe egemonizzata dalla
sinistra? Mentre nel centrosinistra, a prescindere dal merito, oggi
si confrontano due progetti politici differenti, quello
progressista di Bersani e quello "blairiano" di Renzi, il dramma
del centrodestra è che non sembra essercene alcuno.
Per Berlusconi qualsiasi strada - ritirarsi favorendo la
successione partecipata delle primarie, o ricandidarsi - avrebbe
avuto un senso se imboccata per tempo, preparata bene e portata
avanti senza incertezze, senza logoranti stop-and-go. Il ritorno in
campo di questi giorni ha invece il respiro cortissimo della mera
resistenza personale, o peggio della tattica, è maldestro e confuso
nelle modalità.
Anche se il Cav è ancora l'unico che compie lo sforzo di cercare
un rapporto diretto con i suoi elettori, del grande comunicatore di
un tempo resta una pallida ombra: in poche ore è caduto nel cliché
anti-europeista e populista che gli avevano preparato i suoi
avversari. Gli elettori di centrodestra non sopportano i riti e la
retorica europeista ma non cercano certo un salto nel buio; sono
furiosi per un anno di tasse ma apprezzano serietà e affidabilità
di Monti.
Invece, proprio sul premier, e non su Bersani, Berlusconi ha
polarizzato il suo ritorno in campo - in modo poco credibile, tra
l'altro, avendo votato tutte le sue misure. D'altra parte, si
fatica a scorgere un progetto di centrodestra anche nella fronda
montiana nel Pdl, che ha troppo il sapore di un frettoloso
riposizionamento di oligarchi. L'unico scopo che li tiene insieme
sembra quello di trovare la zattera migliore per traghettare le
loro carriere nella prossima legislatura. Anche i centristi (nuovi
e d'annata), consapevoli di esercitare una scarsissima attrazione
presso i delusi del centrodestra, invocano la zattera Monti per dar
vita ad un grande centro consociativo. Resta da capire che tipo di
progetto intende mettere in campo Monti.
Il meno coraggioso, più scontato e comodo è quello di
"legittimatore", garante (da Palazzo Chigi o dal Quirinale), di una
maggioranza di centro-sinistra. Alla Ciampi, insomma. Difficile,
infatti, che il professore accetti di misurarsi nella competizione
elettorale, mostrando una concezione della democrazia per "titoli",
come fosse un concorso, e non per voti, che non si abbasserebbe a
chiedere. Ma se lo volesse, potrebbe ridisegnare il sistema
politico mettendosi alla testa di una nuova offerta di
centrodestra: o riorganizzando le truppe esistenti, oppure - se
comprensibilmente non vuole offrire coperture o zattere -
scavalcando del tutto il vecchio ceto politico.
La sua presenza al vertice del Ppe rafforza un'«affinità»
culturale già più volte ribadita, accentua l'isolamento di
Berlusconi ma getta anche un'ombra su Bersani, nella misura in cui
sembra preludere a una candidatura a premier in nome del Ppe.
Questa «affinità» però si deve trasformare in qualcosa di più per
dare un senso, e una funzione storica, alla sua eventuale discesa
in campo.





















