
La politica, a sorpresa
La sorpresa è che "The Iron Lady" è un film molto più politico
di quanto ci si potesse aspettare dalle anticipazioni. Certamente
non è politico nel senso che approva o condanna un partito, una
ricetta di politica economica o una storia politica. In questi
termini il giudizio è sospeso, anzi non c'è nemmeno lo sforzo di
fornire allo spettatore gli elementi fattuali minimi per potersi
formare un'idea precisa. Non c'è un tentativo di ricostruzione
storica o politica degli eventi, né di spiegare il contesto in cui
furono prese le decisioni. Non ci si poteva aspettare questo dalla
regista Phillida Loyd, sarebbe stato probabilmente un disastro. E'
però fortemente politico perché è un film sulla leadership
politica. Su una leadership fondata sui principi contrapposti alle
convenienze come bussola dell'azione politica. E' un ritratto del
thatcherismo - al di là delle singole policies, sulle quali si può
dissentire - come modello di leadership, di cui il film ci presenta
in modo obiettivo punti di forza e di debolezza, mescolando
sapientemente lato pubblico e privato del leader.
Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia
nell'individuo, e soprattutto fermezza sui principi. «We will stand
on principle, or we will not stand at all» («Staremo in piedi sui
principi, o non staremo in piedi affatto»), si sente ammonire dalla
Thatcher il segretario di Stato Usa Alexander Haig, recatosi al
numero 10 di Downing Street per cercare di ammorbidire la posizione
della Lady di ferro nella crisi con l'Argentina «fascista» per le
isole Falkland. Forse la frase più emblematica del film, un monito
che risuona all'indirizzo anche di tutti i leader politici di oggi.
Ed è proprio di leadership fondate sui principi ciò di cui forse
oggi i cittadini avvertono più l'esigenza.
E' in frasi chiave come questa dunque, disseminate in tutto il
film, anche nelle scene in cui Lady T. appare vecchia e malata, che
emerge con forza il carattere positivo della sua leadership. La
scelta di fare un film sulla Thatcher ancora in vita, per di più in
preda all'Alzheimer, è e resterà controversa, soprattutto,
comprensibilmente, agli occhi della famiglia. Ma persino le scene
che la ritraggono fragile e confusa non sono mai irrispettose, o
volte a strappare qualche lacrima facile. Pur con qualche evidente
forzatura per motivi narrativi, come nella scena iniziale quando
esce a comprare il latte al negozietto all'angolo eludendo la
sicurezza, sono sempre funzionali alla descrizione del suo
carattere e ad evocare i ricordi.
Come in ogni storia di potere, ci sono anche il volto seducente
dell'ambizione, le imperfezioni e l'egocentrismo del leader, che
all'epilogo di una vita vissuta con straordinaria intensità fa i
conti con la propria coscienza, impersonata dal marito Dennis nelle
sue frequenti allucinazioni. E si può toccare quasi con mano il
dolore, il rimorso, per aver sottratto tempo e attenzioni agli
affetti famigliari mentre era presa nella sfrenata corsa al
"potere", a riempire la propria vita di un «significato» che
andasse oltre ciò che la società prevedeva allora per una donna
piccolo borghese: stirare e preparare il tè.
Non sembra mai la storia di una qualsiasi signora vecchia e ormai
demente, ma di una leader politica che ha davvero cambiato il volto
della storia. Di quella del suo partito, del suo Paese, e della
politica occidentale. Se è vero che la vecchiaia e la malattia
occupano molta parte del film, non mancano anche in queste scene
momenti di lucidità in cui lo spirito di Lady T emerge al suo
meglio. Per esempio, quando seduta sul lettino davanti al suo
medico impartisce una lezione sullo stretto legame tra pensieri e
azioni, e tra carattere e destino; o quando irritata, dopo ripetuti
squilli, invita lo stesso medico a rispondere al telefono perché
qualcuno potrebbe aver bisogno del suo aiuto. E mostra grande
lucidità quando, nient'affatto irretita da una sua ammiratrice,
emette una sentenza straordinariamente vivida sulla politica dei
nostri giorni: «Una volta si trattava di tentare di fare qualcosa.
Ora si tratta di diventare qualcuno».
Da ammiratori di Margaret Thatcher abbiamo visto il film -
consapevoli dell'ideologia dominante a Hollywood e che nella
pellicola si dava un gran peso all'Alzheimer - temendo che potesse
dare l'idea che l'unico leader di destra buono è quello vecchio e
malato. Non è così. Giustamente pretendiamo da Hollywood ritratti
non intrisi di pregiudizio politico, ma a parte il fatto che di
Hollywood c'è molto poco nella produzione (franco-britannica) e nel
cast del film (solo Meryl Streep - davvero superba, da Oscar),
bisognerebbe guardarlo a nostra volta senza pregiudizi.
Come ne esce, dunque, Maggie? Ne esce bene. Soprattutto
considerando che la sua immagine è stata letteralmente fatta a
pezzi e disumanizzata dalla propaganda politica di sinistra e dalla
cultura statalista dominante, fino ad essere identificata con la
cattiveria e la disumanità del potere. Ebbene, il film rende
giustizia alla Thatcher: non la rende simpatica, ma senza sposare
le sue idee la umanizza, restituendoci una leader sì inflessibile
nel combattere gli "smidollati" che si ritrova intorno e i suoi
nemici, ma anche il «primo premier anche madre», sgomenta e
affranta per le vittime nella guerra delle Falkland. Ma il film va
molto oltre l'umanizzazione di Lady T. Ne esce fuori senz'altro un
modello positivo di leadership. Nessuno più di una donna che per
emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della
società britannica di allora sa cosa vuol dire lottare «ogni santo
giorno della propria vita» e andare controcorrente, sfidare il
conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti in politica. Chi
ne esce male nel film non è certo la Thatcher, piuttosto i colleghi
di partito e di governo che pensano solo alla rielezione (ai quali
MT risponde «la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno... ci
odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni») e
un'opposizione laburista pregiudiziale e incline al tanto peggio
tanto meglio, guidata da un livido Michael Foot.
Non c'è nemmeno alcuna caricatura delle idee liberiste, che anzi
vengono declinate non con arroganza accademica o dalle vette
privilegiate dell'alta finanza, ma attraverso il buon senso del
bottegaio. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una
famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. E il lavoro, non
lo sciopero, è un valore, mentre l'assistenzialismo è immorale ed
economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un
droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli
stereotipi diventa primo ministro ne fa un'icona positiva del
liberalismo e dell'individualismo.





















