
Vita: "Ottimista sul futuro dei giornali"
"Sono ottimista, le riforme non si fanno nei cimiteri e anche quella del fondo dell'editoria non potrà fare eccezione. In aula al Senato ripresenteremo il nostro emendamento per integrare per almeno 80 milioni di euro la dotazione per il 2011". È un impegno preciso quello di Vincenzo Vita, senatore del Partito Democratico, da sempre tra i più attenti alle questioni concernenti le telecomunicazioni e l'editoria. "Per il futuro vogliamo regole precise - continua - ma anche l'istituzionalizzazione di questa erogazione di cui non ci si deve affatto vergognare: anche Sarkozy in Francia proprio quest'anno ha deciso di stanziare 200 milioni di euro per salvaguardare i giornali in crisi e quelli delle minoranze politiche"
Non teme di incorrere negli strali
dell'antipolitica?
No, io penso che i giornali che percepiscono questi fondi e ne
abbiano diritto non abbiano nessun motivo di vergognarsi né i
politici debbano trovarsi in imbarazzo a difendere il pluralismo
dell'informazione. Altra cosa sono le truffe passate, presenti e
future, ma non si può mica buttare il bambino con l'acqua
sporca.
Qualche giorno fa il Corriere della sera, recensendo un
libro di Elio Veltri, ha proposto un approccio scandalistico a
questi finanziamenti.
Il problema è la mancanza di regole certe. Ogni anno ci sono
tagli, appelli, elemosine. Così non si può andare avanti. Chi ha
diritto percepisca in base a regole certe, ad esempio i lavoratori
occupati, la proporzione tra copie stampate e diffuse, con le
opportune differenziazioni e altri ancora. Gli altri vengano
esclusi. Ma chi ha diritto deve avere certezze, se lei andasse in
banca a chiedere un mutuo e ogni sei mesi lo stipendio cambiasse il
mutuo le verrebbe tolto.
Vogliamo fare un po' di storia sulla nascita di questo
contributo?
La legge 7 agosto del 1990 entrò in vigore un giorno dopo la legge
Mammì. Quella legge come è noto fotografava l'esistente ma
soprattutto creò il caso politico di Berlusconi e l'inizio di un
duopolio con la Rai che di fatto fagocitò tutta la pubblicità nelle
maggiori reti televisive generaliste, le sei in questione. Alle
altre tv locali rimasero briciole grandi, ai grandi quotidiani
altre briciole e ai giornali di partito, opinione e dibattito quasi
niente. Ergo quei contributi dovevano salvare il pluralismo.
Cosa non ha funzionato?
Negli anni, senza regole precise molte altre pubblicazioni, e
molti imprenditori, alcuni dei quali, si sarebbe poi scoperto, un
po' truffaldini, si sono attaccati a quel carrozzone. Ed ecco come
si è arrivati all'attuale situazione caotica. Ora bisogna mettere
un punto fermo. Tenendo presente però che il pluralismo è un valore
costituzionale e l'articolo 21 della Costituzione va difeso sempre
e non a intermittenza.
Un blogger del "Fatto quotidiano", Vincenzo Iurrillo, ha
preso una posizione contro corrente, difendendo questi
finanziamenti e argomentando che in realtà in Italia un libero
mercato dei giornali e dell'informazione non esiste.
La richiesta di varare i criteri di erogazione ancorandoli alle
due categorie rigorose del numero degli occupati contrattualizzati
e il rapporto percentuale tra tiratura, diffusione e vendita mi
sembra la soluzione giusta. Ho letto anche io quell'articolo di
Iurrillo dello scorso 17 dicembre e convengo con il paragone con il
calcio scommesse: non è che si può abolire il campionato di calcio,
magari si puniscono le squadre e i giocatori.
Cosa potrebbe cambiare ancora in una vera riforma del
settore?
Si dovrebbe aggredire anche il tabù della raccolta pubblicitaria.
In un clima di liberalizzazioni e di guerra alle lobbies che
immobilizzano il paese, io penso che il governo Monti potrebbe
benissimo non guardare più in faccia nemmeno a quella
pubblicitaria. Quindi bisognerebbe fare un vero e proprio
anti-trust sulla pubblicità, con una norma di riequilibrio che
possa dare risorse in più alla carta stampata. Altrimenti
come potremo uscire più da questa sorta di incubo per cui ogni sei
mesi nostre delegazioni miste composte da politici come il
sottoscritto, Giulietti, Gentiloni e pochi altri ancora, insieme a
alcuni direttori dei giornali interessati, sono obbligati recarsi
in pellegrinaggio elemosinante a palazzo Chigi per chiedere "Per
cortesia non sopprimete il fondo per l'editoria"? Perché non
rompiamo questo meccanismo infernale che poi porta inevitabilmente
i giornali finanziati a venire condizionati dall'esecutivo"
Per non parlare dei rapporti con le
banche?
Ma certo questo fondo deve diventare stabile, molto più rigoroso,
con criteri di assegnazione certi e trasparenti, se un singolo
chiedesse un mutuo e ogni sei mesi il suo stipendio venisse
tagliato la banca a un certo punto chiederebbe il rientro immediato
e anche questo è un problema. E dico di più: una volta
portati questi aggiustamenti per cortesia non si parli più in
maniera così demagogica di "soppressione del fondo per l'editoria".
Mi sembra un po' la stessa cosa che è successa con il Fondo unico
per lo spettacolo: a causa di alcuni scandali qualche
ministro ha pensato bene di farsi bello e di tagliare in
maniera selvaggia il Fus, magari anche per dare un segnale,
una strizzata d'occhio, alle piazze dell'antipolitica.
Salvo poi vedersi sfilare sotto Palazzo Chigi gli
artisti veri, i registi, i "cento autori" e quanti altri, che
avevano subito la stessa sorte degli imbroglioni.
Eh sì, è andata un po' così. Dopo ci si è accorti che il cinema
aveva bisogno di quei fondi e che occorrevano solo regole certe e
trasparenza non passare da un estremo all'altro come spesso accade
in questo paese.
Torniamo, dalla filosofia e dalla storia, alla cronaca
di questi giorni. I soldi per il 2011, quegli 80 o 100 milioni di
euro che mancano a garantire la stessa erogazione che per il 2010,
dove si pensa di prenderli?
Nell'emendamento che ripresenteremo in aula al Senato,
allorchè il "milleproroghe" riprenderà il proprio corso, abbiamo
individuato una serie di rivoli di spesa che possono essere
razionalizzati e da cui si fa presto a fare spuntare cento milioni
di euro per la tutela del pluralismo editoriale e dell'occupazione.
Se non fosse possibile abbiamo già chiesto al sottosegretario Paolo
Peluffo, che è la persona giusta al posto giusto in questo momento,
di attivarsi per un decreto della presidenza del consiglio dei
ministri affinché sia sbloccato l'ex fondo Letta, adesso Monti, che
contiene anche una voce per il sostegno all'editoria grazie a un
emendamento bipartisan che passò nell'ultima finanziaria di
Tremonti nello scorso agosto. Inoltre c'è la vexata quaestio
dell'Iva dei giocattoli e delle cianfrusaglie di ogni tipo, gadget
et similaria, venduti in edicola: perché deve essere agevolata come
quella dei prodotti editoriali?
Anche quei cento milioni di multe condonate per
l'ennesima volta a tutti i partiti politici per lo scandalo delle
affissioni illegali in campagna elettorale è uno spreco che grida
vendetta.
Sono perfettamente d'accordo anche a costo di litigare con gli
amministratori del mio stesso partito. Se penso che con quei soldi
ci si potrebbe finanziare abbondantemente questo benedetto fondo
per l'editoria non posso fare finta di niente e voltare gli occhi
dall'altra parte.





















