
Un suicidio per i palestinesi
Il piatto forte della 66ma Assemblea Generale delle Nazioni
Unite è la proposta di riconoscimento della Palestina quale Stato
indipendente. Ha fatto benissimo il nostro ministro degli
Esteri ad esprimersi negativamente. Così come fa benissimo il
presidente Barack Obama a minacciare il veto all'eventuale
riconoscimento, anche se dovesse essere votato dalla maggioranza
qualificata (2/3) dei 193 Paesi rappresentati al Palazzo di
Vetro.Apparentemente il discorso che ho appena fatto è quanto di
più liberticida si possa concepire. Ma come? - si dirà - vuoi
negare il diritto all'autodeterminazione di un popolo?
Sì. E adesso spiegherò perché il diritto di autodeterminazione, di
cui si parla in questo caso, non c'entri nulla con la libertà.
Prima di tutto è meglio definire cosa si intende per libertà. Non
ci sono molte interpretazioni possibili, a dire il vero. Io sono
libero, prima di tutto, quando sono vivo. Dunque la libertà è
condizionata dal diritto alla vita: diritto a proteggermi ed essere
protetto dall'aggressione altrui. Sono libero quando, non solo sono
vivo, ma anche quando posso compiere da solo le mie scelte, quando
voglio, esprimendole come voglio, trasformandole nell'azione che
voglio, senza essere punito: diritto di proteggermi o essere
protetto dalla coercizione altrui. Infine sono ancor più libero se
posso godere e disporre delle cose di cui sono legittimo
proprietario, perché le ho create o scambiate senza alcun uso della
violenza: diritto a proteggermi o essere protetto dal furto
altrui.
Tutti questi diritti, come si può ben capire, appartengono a me.
Appartengono a tutti, in ugual misura. Ma appartengono a:
individui. Sono diritti individuali. Non possono essere applicati a
masse. E' una questione di realtà: esisto io, esistono i miei
genitori e mia sorella, esistono i miei colleghi, i miei amici.
Ognuno gode dei suoi diritti individuali. Non esiste una signora
"Italia", non c'è una signora "razza italiana", né una signora
"classe borghese" a cui dovrei appartenere anche io. Non le ho mai
incontrate, non è possibile incontrarle: sono astrazioni,
costruzioni mentali, concetti adottati dalla nostra mente e usati
nel linguaggio corrente per semplificare un insieme di individui
simili (stessa lingua, cultura simile, stessa collocazione
geografica alla nascita, una storia e una memoria comuni sotto
molti aspetti). Ovviamente non possiamo applicare i nostri diritti
(ad esser protetto dall'aggressione, dalla coercizione e dal furto)
ad un concetto astratto.
Detto così sembra scontato, ma, vuoi per superstizione, per
ideologia, per ingenuità (di molti), per furbizia (di pochi),
abbiamo applicato nei secoli i diritti a concetti astratti
collettivi. Con risultati controproducenti. Perché l'aspirazione
all'indipendenza è bellissima quando è individuale: non c'è niente
di meglio di una persona economicamente autonoma, che non è serva
di nessuno, non schiavizza alcuno, è libera di prendere le sue
decisioni senza dover dipendere dalla volontà altrui. Ma applicare
la stessa aspirazione ad un Paese può voler dire anche rendere
schiava l'intera massa dei suoi abitanti: schiavi di un governo che
aspira all'indipendenza nazionale, sacrificando in tutto quella dei
suoi cittadini. Cuba è sicuramente più indipendente dall'influenza
economica statunitense, da quando c'è Castro. Ma i suoi cittadini
sono diventati schiavi del suo regime. L'Algeria è diventata
indipendente dalla Francia cinquant'anni fa, ma i suoi cittadini
sono repressi dal regime dell'Fln (e dei suoi diretti discendenti)
molto di più di quanto non fossero repressi da Parigi. Per non
parlare del Vietnam: mezzo secolo di lotta contro la Francia prima
e gli Usa poi per ottenere la "libertà" di uno Stato che schiavizza
e stermina i suoi cittadini. E gli esempi si sprecano, purtroppo,
in tutto il mondo.
Ecco perché l'autodeterminazione dei popoli non va intesa come
diritto assoluto (e nemmeno il presidente Woodrow Wilson, che lo
formulò nel 1917, l'aveva inteso come tale), ma come un diritto
derivato. L'autodeterminazione di un popolo è legittima e
auspicabile se, e solo se, garantisce una maggior libertà ai
singoli: ai cittadini del nuovo Stato. Ed è questo principio che ci
permette di stabilire, con una certa serenità d'animo e con estrema
coerenza, quali richieste di indipendenza siano legittime e quali
no. Lasciamo perdere la simpatia o l'antipatia che nutriamo per
l'uno o l'altro popolo. Pensiamo solo a quello che potrebbe essere
il nuovo Paese indipendente: se le premesse sono quelle di uno
Stato che garantisce più libertà ai suoi cittadini, la causa
indipendentista sarà legittima; se le premesse sono quelle di una
futura dittatura, allora la causa indipendentista sarà illegittima.
Meglio liberi sotto un governo straniero che schiavi sotto uno
nazionale. E questo a prescindere dal carattere democratico o
autoritario del governo. La democrazia, in sé, non è affatto
una garanzia per la mia libertà e nemmeno per la mia stessa
vita. Se la maggioranza dei miei connazionali vota un governo che
mi vuole uccidere o spogliare di tutte le mie proprietà? La
Germania, nel 1933, era sicuramente indipendente, certamente
democratica, ma, con Hitler al governo, tutt'altro che
libera.
La richiesta di autodeterminazione palestinese, stando alle sue
premesse, non è legittima. E' vero che i palestinesi di oggi,
sia in Cisgiordania che a Gaza, lamentano una notevole
mancanza di libertà sotto il governo israeliano: non possono
muoversi liberamente, non godono di pieni diritti politici, la loro
proprietà è spesso soggetta a sequestro, la loro vita è
perennemente in pericolo fra un conflitto e l'altro. Ma questa loro
condizione, che viene sistematicamente denunciata da tutte le
organizzazioni dei diritti umani, è provvisoria, anche se di lungo
periodo. Ed è dovuta alla guerra che, prima l'Olp, poi anche i
partiti islamici Hamas e Jihad Islamica, hanno scatenato contro
Israele. Prima della Prima Intifadah (1987) i palestinesi di
Cisgiordania e Gaza erano molto più inseriti nel tessuto economico
israeliano. Anche prima della Seconda Intifadah (2000), molti più
palestinesi lavoravano in Israele, guadagnando di più e viaggiando
più liberamente. Tuttora, quelli che abitano nei territori non
controllati da Hamas, godono di più libertà di quelli che vivono
all'ombra movimento terrorista. In certe aree della Cisgiordania si
passa più volte il confine fra Israele e Autorità Palestinese senza
nemmeno accorgersene. Se i palestinesi, oggi, si trovano in una
situazione in cui la loro libertà è fortemente limitata, lo si deve
esclusivamente a loro scelte sbagliate nei decenni passati.
Alle prime avvisaglie di guerriglia, un uomo razionale avrebbe
dovuto immediatamente denunciare i fanatici (Arafat, prima di
tutto) che lo stavano portando alla guerra totale, e alla rovina
economica, contro uno Stato militarmente molto potente, non per
proteggere i suoi diritti, ma nel nome dei diritti di concetti
astratti e irrazionali, quali "nazione palestinese", "nazione
araba" e infine anche "Ummah islamica". Purtroppo la stragrande
maggioranza dei palestinesi ha accettato, o ha aderito
volontariamente, a queste parole d'ordine irrazionali. Se non lo
avessero fatto, se avessero agito razionalmente, se avessero
denunciato Arafat e avessero continuato a commerciare con (o
lavorare in) Israele, oggi avremmo probabilmente tutt'altro Medio
Oriente. Anche se la storia non si può fare con i "se", basta
vedere come vivono gli arabi in Israele per capirlo: pari diritti e
libertà, stessi servizi, piena libertà di culto, libertà di
lavorare, diritti di proprietà garantiti. Gli arabi in Israele sono
molto più liberi e benestanti dei loro connazionali che vivono nei
Paesi arabi governati da altri arabi. Se i palestinesi di
Cisgiordania e Gaza avessero scelto la via dell'integrazione,
invece che quella del confronto armato, oggi sarebbero quasi
certamente molto più liberi e ricchi di quel che sono ora.
Quali sono le premesse dell'indipendentismo palestinese? Non
quelle di un nuovo Paese più libero. I palestinesi, nel nuovo Stato
indipendente, sarebbero addirittura meno liberi di quanto lo siano
oggi. Gaza (unico territorio realmente indipendente) ne è la
dimostrazione: subito dopo il ritiro israeliano, Hamas ha vinto le
elezioni e governa col pugno di ferro, forte della tirannia della
maggioranza. A Gaza non esiste più alcuna libertà di espressione,
culto e pensiero, né viene protetta la proprietà, né la vita dei
suoi sudditi può ritenersi protetta dalla polizia (leggasi: dalle
bande armate) che dovrebbe garantire l'ordine. Come Castro a Cuba,
anche Hamas a Gaza attribuisce tutte le colpe all'embargo che gli è
stato imposto. La gente del posto e i loro simpatizzanti europei
preferiscono scambiare la causa per l'effetto, non vogliono vedere
che l'embargo è stato imposto a Gaza perché questa è un inferno in
espansione, preferiscono credere che sia un inferno proprio perché
c'è l'embargo. Ma, se non ci facciamo distrarre dalla propaganda,
la scansione degli eventi è chiarissima: Israele si è ritirata, la
maggioranza ha votato Hamas, Hamas ha portato l'inferno a Gaza e ha
ricominciato ad attaccare gli israeliani, questi ultimi si sono
difesi ponendo un blocco totale.
C'è modo di pensare che possa accadere qualcosa di diverso in
Cisgiordania? Bombardata da tre decenni di propaganda di guerra, la
maggioranza dei palestinesi, anche in Cisgiordania, è pronta a far
vincere Hamas. E se anche Hamas dovesse moderarsi e adottare un
programma pacifista, voterebbe per un altro partito ancora più
tirannico e guerrafondaio. Uno Stato palestinese sarebbe, con tutta
probabilità, una gigantesca Gaza. Ma anche se, per un qualche
miracolo, dovesse vincere l'altro partito, Fatah, avremmo sempre al
governo una fazione nata nel terrorismo, che non è mai stata
democratica e ha sempre imposto una sua dittatura ovunque si sia
affermata. Stiamo parlando di una fazione politica in cui sono
maturati i terroristi suicidi della Seconda Intifadah, quelli delle
Brigate Martiri di Al Aqsa. Cosa ci possiamo aspettare da gente che
predica di uccidersi contro il nemico e di fare più figli solo per
mandare anche loro al macello? Oggi si atteggiano a pragmatici
(all'estero), ma guardiamo che cosa hanno detto fino all'altro ieri
e vediamo che cosa fanno dire tuttora alla loro televisione in patria.
Una Palestina indipendente sarebbe un suicidio per i palestinesi e
un pericolo per tutti i Paesi vicini, prima di tutto per Israele.
Meglio aspettare che maturi un'altra mentalità, un'altra classe
dirigente, un'altra generazione più razionale. Per lo meno: meglio
attendere che i vicini (non solo Israele, ma anche la Giordania)
trovino il modo di mettere realmente in sicurezza le loro
popolazioni, entro confini ben difendibili, prima di dare
all'Autorità Palestinese questo dono immeritato di una "Palestina
indipendente entro i confini del 1967, con Gerusalemme (attuale
capitale israeliana, ndr) capitale".




















