
Banche, downgrade e finto mercato
Standard & Poor's ha
declassato tre delle maggiori banche italiane
e cambiato l'outlook per altre 15; quasi contemporaneamente
Moody's ha
ridotto il rating di tre delle
maggiori banche USA, CItigroup, Wells Fargo e BAnk of America, che
insieme raccolgono un quarto di tutti i depositi negli Stati Uniti.
Le Borse di tutto il mondo sono crollate, nonostante la Fed avesse
annunciato nelle stesse ore nuove misure straordinarie per
sostenere i mercati.
La reazione istintiva è stata, per molti, quella di
ricorrere alla teoria del complotto: le agenzie di rating hanno
inferto, per oscuri scopi, una improvvisa pugnalata alle spalle
alle banche. La vera tragedia è invece che le decisioni delle
agenzie di rating sono solo l'ultimo dei problemi per i sistemi
bancari di entrambe la nazioni.
Dal punto di vista meramente tecnico, l'azione di
declassamento delle banche italiane era soltanto questione di
tempo. I rating di una banca non possono essere superiori, in
linea generale, al rating della nazione nella quale ha sede; una
volta declassato il merito di credito dell'Italia, il processo di
revisione al ribasso si è messo in moto e non poteva avere
conclusioni molto differenti. Intesa, Mediobanca e BNL non
sono peggiori delle altre, ma al contrario erano fra le poche
banche rimaste ad avere un merito di credito così alto da essere
sensibili al "tetto" costituito dal rating della Repubblica
Italiana. Le altre avevano già rating inferiori e quindi non sono
state toccate.
Il declassamento delle tre grandi banche americane è
fondamentalmente avvenuto per lo stesso motivo: Moody's aveva
inizialmente risparmiato loro un taglio di rating profondo quanto
quello di altri giganti bancari come Goldman Sachs o JPMorgan,
ritenendo che avessero un livello di supporto governativo implicito
superiore quello di queste ultime. Visti i recenti sviluppi
politici, invece, l'agenzia ritiene ora che non vi siano più
particolari differenze.
Perché questa importanza sul supporto statale per un settore
economico particolare all'interno di un'economia di mercato che si
proclama essere ormai libera, anzi troppo libera? Perché tale
libertà dai diktat politici nella realtà non esiste, persino in
Occidente, per ampi settori della vita economica. Le banche non
sono aziende come la altre, ma vivono all'interno di un "patto col
diavolo" che sospende almeno parzialmente il funzionamento del
sistema di mercato: per cui da un lato sono sottoposte ad una
vigilanza che decide aspetti essenziali della gestione; dall'altro,
godono di una forte limitazione della concorrenza, di un accesso
privilegiato alla BCE e della presunzione che, in caso di problemi
seri, il governo interverrà salvando non soltanto i depositanti, ma
tutti i creditori e forse anche gli azionisti.
Le agenzie di rating tengono conto di tale situazione, come
lo fa l'intero mercato, anche se raramente viene esplicitata
chiaramente; laddove il credito del potere politico cala, così deve
seguire quello dei propri protetti e si è semplicemente certificato
ciò che era già reso evidente dal crollo delle quotazioni. Il
problema, semmai, è il rilievo dato ad istituzioni che non sono più
in grado di fornire nuove informazini o analisi pregnanti,
anticipando i mercati. Le agenzie di rating si sono trasformate da
istituti di ricerca a meri certificatori dell'ovvio, burocrazie
operative con tempistiche talmente lunghe da arrivare regolarmente
in ritardo, esattamente ad immagine delle burocrazie ministeriali
che le hanno plasmate, trasformandole nel tempo in monopoli
garantiti per legge e sottraendole alla disciplina della
concorrenza. Fato comune, d'altronde, alle banche che dovrebbero
analizzare.





















