
Il Pd non fa sconti a chi legge
Estate, tempo di mare e di libri sotto l'ombrellone, magari
scontati, magari acquistati on-line, prima che un nuvolone
fantozziano si abbatta su noi ignari lettori. A confezionarci la
"perturbazione" sta provvedendo il Parlamento, dove è allo studio
una proposta di legge dal sinistro titolo "Nuova disciplina del
prezzo dei libri".
L'iniziativa è stata promossa, al principio della legislatura, da
Ricardo Franco Levi, esponente del Partito democratico ed ex
sottosegretario del secondo governo Prodi. Per chi non lo sapesse,
Levi è l'autore del famigerato disegno di legge cosiddetto
"ammazzablog" che - per fortuna accantonato - avrebbe obbligato
bloggers e co. ad iscriversi ad un Registro degli operatori di
comunicazione.
Invece, in tema di libri, Levi, e con lui il Pd, appoggiato da
tutte le altre forze politiche presenti in Parlamento, ha ben
pensato di "sostenere" il mercato editoriale imponendo, per legge,
un taglio agli sconti proposti ai consumatori.
Nella proposta di legge - ora al vaglio del Senato - viene infatti
stabilito un limite massimo di sconto del 15% sul prezzo dei libri
in vendita presso tutti gli esercenti (dalla piccola libreria alla
grande distribuzione) e attraverso tutti i canali di vendita,
online compreso; inoltre, lo sconto applicato potrà arrivare al 25%
solo per campagne promozionali che non durino più di un mese (e
comunque mai a dicembre).
La diatriba a cui cerca di rispondere la proposta-Levi è quella
sorta negli ultimi anni tra piccoli e medi librai indipendenti da
un lato e grandi distributori e megastore dall'altro, con i primi
ad accusare i secondi di procedere a campagne promozionali
"selvagge", raggiungendo livelli di ribasso inarrivabili: non a
caso l'Ali/Confcommercio (Associazione librai italiani) ha salutato
favorevolmente il testo del Pd come "l'unica possibile mediazione
tra opposte esigenze".
Dunque, come spesso accade i propositi di una legge sono distanti
da quelli dichiarati, basti pensare che il comma 2 del primo
articolo della proposta recita: "Tale disciplina mira a contribuire
allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività
letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla
diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo
dell'informazione".
Viene invece il legittimo dubbio che della "promozione del libro e
della lettura" e della "diffusione della cultura" al legislatore si
sia interessato poco, stando più attento a discriminare le scelte
all'interno di una battaglia corporativa e di retroguardia.
Chi acquista libri on-line, chi vive i grandi bookstore come
luoghi di nuova fruizione culturale, viene visto da questa proposta
del Pd come un consumatore a cui mettere un freno, nell'illusione
di proteggere dal mercato chi sul mercato non sa più stare, a
prescindere dalle dimensioni aziendali.
E spiace, infine, che il Partito democratico confermi con questa
proposta una mentalità dirigista e un po' retrograda, un "piccolo è
bello" che non fa che assecondare gli storici ritardi del Paese,
che semmai proprio di aperture ed innovazione dei mercati e di
legislazione consumer-oriented ha bisogno.
(da QDR Magazine)





















