
Il Re è ancora vivo
Sull'ultimo numero della rivista "The Atlantic" è stato
pubblicato il racconto di Stephen King "Herman Wouk è ancora vivo".
Il racconto ha una genesi insolita. James Parker, editorialista
dell'Atlantic per la redazione spettacoli, ha discusso con King su
come è nato il racconto, sul processo creativo di King, sullo stato
in cui versa il racconto breve in quanto genere narrativo e sui
meriti rispettivamente dei Black Sabbath e degli Judas Priest come
accompagnamento alla scrittura. Qui il testo originale dell'intervista che Irene
Selbmann ha tradotto in italiano per i lettori di
Notapolitica.
James Parker: Vuoi darci un'idea di ciò che c'è
dietro al racconto "Herman Wouk è ancora vivo"?
Stephen King: Ogni hanno io e mio figlio Owen
facciamo una scommessa sulla cosiddetta "follia di marzo", il March
Madness dell'NCAA, e lo scorso anno la condizione era che chi
perdeva doveva scrivere una storia [con un titolo] a scelta del
vincitore. E io ho perso. Anche se poi in realtà ho vinto, perché
ne è venuta fuori questa storia, che mi piace moltissimo. Il titolo
che lui mi diede per la storia fu "Herman Wouk è ancora vivo",
perché aveva appena letto un articolo che diceva che è ancora vivo
e continua a scrivere, anche con i suoi 95 o 96 anni. Quindi ci ho
pensato parecchio, credimi. Ci ho pensato parecchio. Il primo di
aprile il torneo era già finito quell'anno. Ci ho riflettuto
all'incirca fino a luglio. Perciò c'è stato un periodo di circa
quattro mesi nel quale pensavo: "Che posso scrivere? Che posso
scrivere?" Solitamente succede che ti viene un'idea e poi scrivi
una storia - non succede che prima pensi ad un titolo e poi scrivi
una storia che ci stia bene. Quindi è stata una cosa tutta al
contrario. E la mia prima idea è stata quella di scrivere di un
uomo che si trova in un istituto psichiatrico e che crede di poter
mantenere certi scrittori in vita grazie al potere della sua mente.
Doveva essere una storia quasi buffa, doveva esserci una lista di
scrittori dei quali si era stufato e ai quali aveva permesso di
morire.
JP: Ha!
SK: Come J. D. Salinger. Quando decide finalmente che J.
D. Salinger non pubblicherà mai più un libro, pensa una cosa del
tipo, "Fanculo! Si va avanti!". Quindi ho avuto quest'idea. E poi
un giorno una moto ebbe un terribile incidente a circa un miglio
dalla nostra casa e un donna perse la vita. Poi sai come funziona,
no? Un paio di giorni dopo iniziarono ad apparire i primi
crocifissi e poi i fiori e cose del genere. Ho cominciato a
pensarci un po' su e questa ["Herman Wouk è ancora vivo"] è la
storia che ne è venuta fuori.
JP: Mi permetto di dirlo a Stephen King in persona, ma
questo è un ambientazione molto alla Stephen King, no? Voglio dire,
la scommessa, il titolo scelto per caso - se avessi scritto una
storia su uno scrittore al quale succede una cosa del genere,
allora la storia scritta da lui avrebbe avuto una sorta di potere
profetico, o lo avrebbe in qualche modo catturato. Non
credi?"
SK: Non è una cattiva idea, effettivamente. Non lo è per
niente. Mi piace.
JP: In fondo hai scritto libri così, no?
SK: Sì, ho scritto qualcosa del genere, e sto
pensando a qualcosa di simile proprio in questo momento. Ma adesso
non voglio spifferare tutto. Questo è un tema piuttosto
liberatorio, in effetti. Ti permette di allargarti un po', di fare
cose diverse. Per questo mi piace, mi piace molto. È venuto fuori
che c'è davvero stato un incidente il giorno della Festa della
Mamma nel Maine, circa sette anni fa. Alcune persone rimasero
uccise, la maggior parte erano bambini. Sai com'è quando scrivi una
storia o quando ti sta venendo un'idea. Ti trovi ad avere tanti
elementi diversi da mettere insieme. È un po' la vera magia di
questo mestiere.
JP: E questo essere inclini alla suggestione,
aperti alle coincidenze, questi colpi improvvisi che vengono dalla
realtà e diventano parte della tua immaginazione - sono qualcosa
che coltivi? O invece sono qualcosa che capita ogni tanto, di
diversa intensità? Cioè, come funziona per te?
SK: Non credo si possa forzare. Credo che a volte
hai come un… Sai, in questo caso io avevo un lavoro da fare.
Abbiamo scommesso e dovevo andare fino in fondo, onorare la
scommessa. Perciò credo che probabilmente il mio "io inconscio"
stava cercando qualcosa alla quale attingere. Questo accade in modo
quasi accidentale agli inizi della carriera, ma poi più scrivi più
sei allenato a riconoscere i piccoli segnali. Ti faccio un esempio.
L'altro giorno sono uscito verso la cassetta delle poste alla fine
della strada e c'era un volantino lì, una di quelli che ti danno
delle promozioni e ti fanno uno sconto di un dollaro su collutorio
o qualcosa per truccarti eccetera. E sul retro c'erano alcune foto
di bambini, bambini scomparsi. Diceva: "Mi hai visto?" E' una cosa
che butti via senza pensarci - lo prendi e neanche lo guardi. Io lo
stavo guardando mentre camminavo verso casa e ho pensato: "E se ci
fosse un tizio che prende uno di questi e una delle foto iniziasse
a parlargli dicendo "Sono stato ucciso e sono seppellito qui, pin
questo o quell'altro luogo, in una buca o infilato in un
sotterraneo.."? E ho pensato: "Un tizio così, che riesce a trovare
dei corpi, sarebbe il primo sospettato dalla polizia. Ed ecco che
hai una storia".
JP: Sì. Sì!
SK: Ecco più o meno come funziona.
JP: Ma le idee, o gli spunti, vengono ancora con
lo stesso ritmo?
SK: No. Non credo. E in qualche modo è un
sollievo.
JP: Te lo stavo per chiedere.
SK: Tempo fa, sembrava che le idee fossero
ammassate come persone dentro un ascensore. A volte la mia testa
era un posto molto rumoroso in cui stare. L'altra cosa che ti
succede è che, mettiamo che tu stia lavorando su qualcosa e sta
andando piuttosto bene, e ti vengono due o tre idee, e tutte
insieme di urlano: "Dovresti scriverlo! Dovresti scriverlo!" E'
come essere sposati e all'improvviso sei circondato da donne
bellissime. Devi restare fedele a quello su cui stai lavorando. Ma
può essere scomodo.
JP: Quindi le tieni su un file a parte o…?
SK: No. Non scrivo mai le idee che mi vengono.
Perché quando scrivi le idee, ciò che fai è immortalare qualcosa
che dovrebbe andarsene. Se sono cattive idee, se ne andranno da
sole.
JP: Quindi questa cosa tremenda dello scrittore
che dice: "Oh, avevo una splendida idea ma l'ho dimenticata!" - non
ti si addice.
SK: No. Perché non era una grande idea. Se non
riesci a ricordarla, era una pessima idea.
JP: Bene. Veniamo alla storia. L'ho letta oggi. È
un bel pugno nello stomaco. Non avrebbe potuto essere altro che un
racconto. Vero?
SK: Sì, credo che potesse essere solo un
racconto. L'incidente in moto mi ha fatto pensare a quel terribile
incidente avvenuto il giorno della Festa della Mamma - queste due
donne che si stavano dirigendo a nord con questo gruppetto di
bambini, ed è stata questione di otto o nove fatalità che si sono
susseguite. Poi il camioncino andava a più di cento miglia all'ora
e nessuno da il motivo. Capisci? Stavano discutendo? Forse erano al
cellulare? L'alcol non c'entra niente. A volte penso che scriviamo
una storia per tentare di capire che cosa è successo, per noi
stessi.
JP: Una delle cose che sembrano piacerti è il
mischiare, o meglio far scontrare, diverse
categorie di esperienza.
SK: Cose della vita.
JP: Esatto. Cioè, qui abbiamo questi due poeti
che hanno entrambi avuto una vita ricca e piena, anche se ora
leggermente in sordina. E poi queste due donne distrutte...
SK: Ti spiego cosa ho voluto fare. Hai due
persone, due intellettuali, che hanno costruito una carriera
sull'uso del linguaggio per esaltare l'esperienza umana. Questo,
per me, è ciò che fa la poesia. Prende la vita di ogni giorno, le
cose per come le vediamo, le le concentra tutte in una gemma
meravigliosa. Questo è quello che fanno quelli bravi. Quando a
farlo è un Philip Larkins o un James Dickeys, ti consegna una
realtà accresciuta, ti dice la realtà è più bella e più misteriosa
di quanto potremmo mai riuscire ad esprimere. Ed è il motivo per
cui abbiamo bisogno della poesia. E poi dall'altra parte hai queste
due donne, le cui vite sono esattamente l'opposto della poesia.
Sono ai marigini, invisibili. Hanno questa vita disperata e a me
sembra che quando si guardano negli occhi e prendono questa tacita
decisione di farla finita, non solo per loro ma anche per i loro
figli, che altrimenti sarebbero condannati ad odiare la vita
proprio come loro, sia quasi una poetica epifania. Quel momento. La
loro morte è una specie di poesia. Una poesia terribile, perché è
una decisione terribile. Nessuno dice che suicidarsi sia la cosa
giusta da fare. Ma se leggi il racconto, e ti suscita qualcosa,
puoi dire: "Beh, forse in quel momento per loro era l'unica cosa
giusta da fare".
JP: Ti dirò cosa mi ha suscitato. Negli ultimi
due paragrafi, le lacrime uscivano da sole. Ma ho capito che,
stranamente, non era per la loro morte che piangevo. Era per il
coraggio del vecchio poeta, barcollante.
SK: Ah, sì. Adoro quel momento lì. Ho pensato:
"Questi sono poeti. E i poeti, per come la vedo io, e credo la
maggior parte delle persone, riescono a parlare il linguaggio di
Dio. È migliore, è più bello, è su un piano superiore rispetto a
quello che la gente parla tutti i giorni o rispetto a quello che
queste donne e i loro figli sono abituati a parlare. E in quel
momento questa vecchia poetessa si gira dice: "Ma che cazzo è?"
Perchè non puoi dire altro. La poesia va in pezzi. In questo senso
non è un racconto molto divertente. La donna sta quasi dicendo:
"Non c'è un linguaggio che possa descrivere quanto è terribile
tutto questo".
JP: Ma dall'altra parte, sono ancora presenti
sulla scena, i poeti. Voglio dire, sono testimoni di ciò che
accade...
SK: Esatto.
JP: Ecco, questo mi ha conquistato. Che in quel
momento non ci sono parole, ma forse in seguito...
SK: Non sono molto bravo ad analizzare il mio
lavoro, ma penso che probabilmente questo è un qualcosa che nessuno
dei due racconterà mai nelle sue poesie. Perchè è al di là della
poesia. La nega, quasi. Ma penso sia difficile analizzare troppo in
un racconto, poi il lettore si perde.
JP: Non so. Penso che se entri così duramente
nella mente del lettore, poi lo lasci lì con pensieri di ogni sorta
e cose su cui riflettere, giusto?
SK: Sì. Ma la fiction che funziona, a mio parere,
funziona prima su un ivello emotivo e poi su quello intellettuale.
Se dici che ti uscivano le lacrime, anche metaforicamente
parlando...
JP: No, no erano vere.
SK: Oh...
JP: Ho proprio piagnucolato un po'.
SK: (ride) Ottimo. Beh, James, era tutto
inventato.
JP: Martin Amis ha detto che lo scrittore muore
due volte. Prima il talento e poi il corpo, o qualcosa del genere.
Questo racconto lo smentisce. Herman Wouk scrive ancora!
SK: Senza dubbio. Ed è il motivo per cui i poeti
sono anziani in questa storia. Volevo poter dire: queste persone
sono state giovani e piene di vita.
JP: Questo mi è piaciuto molto. Il fatto che lui
avesse queste spalle larghe, un dettaglio che mi è davvero
piaciuto.
SK: Qualcosa come i Beat che uscivano da San
Francisco, volevo che sembrassero così. E l'idea del tempo che
passa, il fatto che lui sia un uomo così magro e abbia avuto tutte
queste amanti. Ma la cosa importante è che lavorano ancora, e
Herman Wouk lavora ancora. Sai, ricordo distintamente che circa 10
o 12 anni fa ero in una libreria nella mia città, nel Maine. Stavo
dando un'occhiata al banco delle nuove uscite e ho visto questo
libro, A Hole in Texas, di Herman Wouk. Ero praticamente basito! Ho
pensato: "Questo è un eroe! Lavora ancora!"
JP: Più in generale, sei ancora pessimista
riguardo al racconto come lo eri in quel saggio sul New York
Times?
SK: Beh, insomma...
JP: Oppure quello era solo un momento un po'
nero?
SK: Sicuramente era un momento un po' nero.
Dipende da chi legge i racconti. Io vedo le cose dalla prospettiva
del lettore di racconti che ero a 8 o 9 anni. In quel periodo
c'erano ovunque riviste che pubblicavano racconti. Erano così tante
che nessuno riusciva a starlgi dietro. Era come una bocca affamata
che gridava: "Nutrimi! Nutrimi!" Solo il genere pulp, il pulp da 15
o 20 centesimi, pubblicava qualcosa come 400 storie al mese, senza
contare i cosiddetti slicks, sul Cosmopolitan, l'American Mercury.
Tutte queste riviste pubblicavano racconti. E iniziò a prosciugarsi
il mercato. Ora conti sulla punta delle dita il numero di riviste
che non sono piccole e settoriali che pubblicano la narrativa
breve. Ho semore sentito di voler scrivere per un pubblico vasto.
Penso sia una cosa rispettabile da fare, così come penso sia
rispettabile dire "ho qui qualcosa che piacerà solo ad un pubblico
selezionato". Ci sono piccole riviste che fanno questo tipo di
pubblicazioni. Ma un sacco di gente che legge queste riviste vuole
solo vedere cosa cosa pubblicano, così da poterci pubblicare i
propri racconti.
JP: Esatto.
SK: E' una cosa generalizzata, no? Non vedi gente
in aereo con le loro riviste piegate e aperte sulla settima puntata
del nuovo di Norman Mailer. Ovviamente lui è morto, ma era così per
dire. Tutti questi e-books e roba elettronica stanno confondendo le
acque. Oscurano il fatto che la gente semplicemente non legge la
narrativa breve. E quando non sei più abituato a farlo, perdi la
mano, perdi la capacità di sederti per 45 minuti, come potresti
fare con questo racconto, e passare un momento piacevole.
JP: Darti una scossa
SK: Una piccola scossa! Esattamente.
JP: Però è strano, se ci pensi, ci raccontano di
questa cosa, che tutto sta accelerando, che perdiamo la capacità di
concentrazione e cose di questo genere. Ma la gente piuttosto che
concedersi una piccola emozione con un racconto, si va a leggere
romanzi da 400 pagine...
SK: E ci sono un sacco di questi romanzi che
nascono veramente per essere usa e getta. Quando vedo i libri di
questi scrittori di suspense che vanno di moda adesso, mi dico:
"Questi sono fondamentalmente libri per gente che non vuole leggere
per niente". Gente di passaggio. È come una roba da fast-food, che
va per direttissima dalla bocca all'intestino, senza che
abbia neanche il tempo di nutrire almeno una parte di te. Non
voglio fare nomi, ma sai a chi mi riferisco.
JP: Senti ancora la musica quando scrivi?
SK: Ora la sento quando riscrivo. Non quanto
creo. Non posso. Ho perso la mia abilità nel multitasking!
JP: Sentivi i Metallica, giusto?
SK: Metallica, Anthrax. Li sento ancora. C'è una
band, i Living Things, che mi piace parecchio. Fa molto casino. Non
mi è mai piaciuto molto Ozzy.
JP: Io ho la fissa per i Black Sabbath.
SK: No, no. Non fanno per me. "I AM IRON
MAN"
JP: Non ti si addice.
SK: No. Adesso mi piacciono i Judas Priest.
JP: Li adoro i Judas Priest.
SK: Hai mai sentito la loro cover di "Diamonds
and Rust"?
JP: Sì, molto bella. Ora: nella tua piena
maturità...
SK: (ride) non mi sento molto maturo.
JP: ...qual è la parte che preferisci nel
processo creativo?
SK: E' ancora il momento in cui ti siedi dopo una
bella giornata e ti succede qualcosa che non ti aspetti. E quindi
parti, ti butti sul materiale. Adoro quando succede.
JP: Succede spesso?
SK: Non riesco più a stupirmi come prima. Ma
abbastanza spesso da capire quando succede. Nel nuovo libro, che ho
chiamato 11/22/63, stavo scrivendo di uno spettacolo scolastico e
poi sono partito. Mi sono divertito molto.
JP: Come ci si sente ad avere un libro da
scrivere in testa?
SK: Non ho mai iniziato un libro che mi aspettavo
di concludere. Perchè sembra un obiettivo troppo grande per un
piccoletto come me. Thomas Williams, conosci il suo lavoro?
JP: No, non lo conosco.
SK: Era uno scrittore splendido, splendido.
Scrisse un romanzo chiamato The Hair of Harold Roux, che è uno dei
miei libri preferiti. Parla di uno scrittore, Aaron Benham. Benham
dice che quando si siede a scrivere un libro è come stare in una
vasta, buia pianura con soltanto un piccolo fuoco. E poi qualcuno
arriva e ci si mette accanto per scaldarsi. E poi arriva ancora più
gente. E quelli sono i personaggi del libro. Il fuoco è la tua
ispirazione. E loro la alimentano, diventa grande, fino a che poi
si spegne e il libro finisce. È sempre stato così per me. Quando
cominci, è freddo. Un'impresa impossibile. Ma quando i personaggi
iniziano a prendere vita, o la storia ha una sterzata improvvisa
che non ti aspetti...con me questo succede molto spesso perchè non
seguo schemi. Ho solo una vaga idea di ciò che sto per fare. Quindi
è sempre stato come se fosse qualcosa che scopro man mano, niente
di preparato. È eccitante. È divertente.
JP: Come trovi l'energia?
SK: Non so. Mangio tre volte al giorno, dormo
otto ore a notte. Leggo molto. Amo ancora quello che faccio, questa
idea di inventare cose. Le ore in cui scrivo sono preziose per
me.
[traduzione di Irene Selbmann]




















