
The Artist
La scommessa era importante: imporre al pubblico del 2011 un
film d'essay che per la quasi totalità della durata è in effetti un
esemplare di cinema muto. "The artist" , una pellicola fortemente
voluta da Michel Hazanavicius, con lo strepitoso John Goodman, che
recita come gli artisti dei bei tempi di inizio Novecento insieme a
James Cromwell, Penelope Ann Miller e Missi Pyle, questa sfida l'ha
vinta.
Certo la Bim, che lo distribuisce in Italia a partire dal 9
dicembre, cioè oggi, non può aspettarsi le scene di delirio e di
assalto ai botteghini che caratterizzavano i film di Douglas
Fairbanks al principio del secolo scorso, ma pur sempre questo
film, che fu tra i più quotati all'ultimo festival di Cannes, fa la
sua porca figura.
La trama è semplice: siamo nella Hollywood del 1927 e George
Valentin è un divo del cinema muto all'apice del successo. Solo che
non sopporta l'avvento dei film parlati, che fatalmente lo fanno
scivolare nell'oblio. Intanto Peppy Miller, una giovane comparsa,
di cui lui è stato anni addietro il pigmalione e l'amante, viene
proiettata nel firmamento delle stelle del cinema.
Lei salverà lui o almeno tenterà di farlo. Come si vede la storia
è pari pari quella tra Greta Garbo e Douglas Fairbanks trascinato
dalla diva tedesca di nuovo sulle scene dopo il suo abbandono a
causa dell'ingresso del suono e della voce nella cinematografia.
Proprio nel film, l'attore che interpreta la parte di Georg
Valentin, alter ego di Fairbanks, ha un vero e proprio incubo in
cui recita in un film muto.
O meglio muto solo per quel che riguarda la sua voce perché fuori
e intorno a lui nella scena tutto emette suoni e rumori mentre lui
si guarda allo specchio e urla restando senza parole. Un incubo da
raccontare al professor Freud ma anche una metafora che descrive
benissimo il travaglio interno al divo e la propria spocchia di
volere restare nel proprio mondo mentre tutto intorno cambia.
In un'intervista il regista racconta così la propria decisione di
cimentarsi nella cosa: "Jean-Claude Grumberg, sceneggiatore e
drammaturgo, amico dei miei genitori, mi aveva raccontato che un
giorno aveva proposto a un produttore la storia di un attore del
cinema muto spazzato via dall'avvento del parlato e il produttore
gli aveva risposto: "Fantastico! Ma gli anni '20 costano troppo,
non potresti ambientare la storia negli anni '50? Mi sono ricordato
di quell'episodio e ho iniziato a lavorare in quella direzione e a
ragionare sull'arrivo del cinema parlato.
Non faccio film per riprodurre la realtà, non sono un cineasta
naturalista. Mi piace creare uno spettacolo che possa intrattenere
il pubblico, mi interessa la stilizzazione della realtà, la
possibilità di giocare con i codici". E bisogna dire che ci riesce
benissimo.
Partendo da questa idea, imbattersi nella storia vera, da lui un
po' romanzata, del rapporto tra la Garbo e Fairbanks, è stato quasi
un corollario della scelta iniziale. E il duplice risultato
ottenuto da questo film, oltre a imporre al pubblico il cinema muto
quasi cento anni dopo la sua scomparsa, è stato quello di riportare
la sala di proiezione al silenzio interiore, al sentimento,
strappandola da quell'orgia di rumori ed effetti speciali che
ultimamente nascondono la pochezza di idee di cineasti e
produttori. Un po' come in quei ristoranti dove si maschera la
scarsa qualità del cibo con la poderosa aggiunta di sale in tutti i
piatti. Ma gli spettatori cinematografici, e i lettori, non sono
tutti di bocca così buona come se li immaginano le Majors: qualcuno
dal palato raffinato ancora esiste.





















