La destra che non si vede ma esiste

Quelli del Corriere, tronfi delle firme che vergano le loro pagine della cultura, ogni tanto si rendono conto di essere noiosi e così provano a scuotere le coscienze con articoli come quella "Eclissi della destra che vince ma non ha più identità". Sempre ammesso che la destra italiana abbia mai avuto un'identità precisa, verrebbe da rispondere. Altrimenti, il successo di Berlusconi di riunire missini, liberali, socialisti, democristiani, conservatori, riformisti e altre compagnie varie da dove arriverebbe?

Tant'è che già riecheggiano termini come "pantheon", "autori di riferimento", "libri da leggere", "massime che è obbligatorio sapere". E mentre da via Solferino ci fanno intuire che a Berlusconi di tutto questo poco importa (come se mai, a destra, si fossero posti il problema che gliene fregasse o meno qualcosa al Cavaliere), ci teniamo a fare presente che la nuova destra italiana forse è più avanti dei suoi intellettuali o affini.

Del tipo che alla nuova destra italiana non interessa perdere tempo con le polemiche da salotto stile FareFuturo, tanto per levarci un sassolino dalla scarpa. Perché se quella è destra, allora da queste parti per lo meno siamo anarchici. La destra "ufficiale" italiana, meglio ancora istituzionale, è ancora alle prese con fascismo e post fascismo, non solo per colpa propria, ma anche perché dall'altra parte della barricata sono ancora convinti che in Italia tra il '43 e il '45 fu combattuta una Guerra di liberazione e non civile. Comunque, l'altra destra (che viaggia sulle macchine della gente che ogni giorno macina chilometri per lavoro; o si posiziona sulle scrivanie di ragazzi universitari che non vogliono fare un '68, ma andare dritto al sodo; o viene postata tra i tanti blog che hanno scalfito il mito per cui bloggare è di sinistra e così via), ecco, l'altra destra ormai ne ha le scatole piene di queste cosucce. Ha imparato, ha appreso un altro modo di essere o fare la destra, perché da sempre - ad esempio - apprezza il conservatorismo anglosassone e americano, evitando accuratamente le correnti all'Italietta. Semplicemente ha coltivato il mito di Reagan piuttosto che della Thatcher, senza inneggiare ai politici di casa nostra. Poco importa, a questa nuova destra, delle lotte ideologiche stile anni '70, ma nello stesso tempo senza dover giustificare il proprio passato, chiede che vengano ricordati i morti delle vendette tra il '45 e il '48 o i nomi dei ragazzi del Movimento sociale presi di mira dai gruppi legati al terrorismo comunista.

Non ha letto, quest'altra destra, Yukio Mishima, che quelli di An ancora ripassavano in occasione del congresso con i quali si sciolsero per approdare con i loro casini nel Popolo della libertà. Non ha fatto figure come quelle di andare a salutare Saddam Hussein o di patteggiare per Yasser Arafat. Eppure crede nella patria, nel senso di appartenenza ad essa, nella famiglia, nel valore della fede religiosa cristiana e nei limiti che l'uomo non sarebbe tentato di traversare, nell'iniziativa privata, nella concorrenza e nell'Occidente. Tutte cose che la destra istituzionale deve aver dimenticato, affannata com'è a diffondere una nuova immagine di sé. E allora lo crediamo che la destra italiana non esista più: non è mai esistita o, peggio, si è svenduta.

Al contrario la destra di casa nostra, quell'altra destra, è più che mai viva e opera nel silenzio di tutti i giorni, tanto che vince. Non è berlusconiana, come qualcuno potrebbe facilmente concludere. Col cavolo! Era qui da tempo, attendeva solo di farsi notare con modestia, senza seghe mentali ed intellettualoidi. Per questo al Corriere non se ne sono resi conto. E forse è un bene che non sia rappresentata da nessuno o il giochino finirebbe immediatamente per rompersi.

 

giovedì 4 febbraio 2010 Dario Mazzocchi
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