In fondo, neanche i Dittatori ci amano

Nelle strade, nelle piazze italiane erano in molti a gridare l'amore del nostro presidente del consiglio per la compagnia di capi di stato autoritari, più o meno lontani dagli ideali democratici. Si diceva spesso: "E' chiaro, tra loro si intendono alla perfezione! Davvero squallida la politica estera di questo governo". Altri magari non erano d'accordo, pensando in cuor loro: "Non sarà fantastico, ma funziona. Questa gente dimostra interesse per le nostre proposte. Desiderano aprirsi al mercato europeo. E' evidente. Magari non lo vedono, ma stanno muovendo un primo passo verso la libertà". Morale: sbagliavano entrambi e, oggi, i fatti ce lo dimostrano. In fondo, neanche i Dittatori ci amano.

Sono le parole di Hossam Zaki - portavoce del ministro degli esteri egiziano - a mettere tutto in discussione. Sta tutto in quella dichiarazione alla stampa del Cairo. Nel momento in cui rende noto che un documento è stato inviato dal suo ministro, Ahmed Abul Gheit, al collega italiano Frattini. Una nota fatta di denunce pesanti tra violenze, abusi e appelli alla comunità internazionale.

Le parole del governo assoluto egiziano fanno riflettere, fanno male. Non è questo il ruolo che si addice agli Italiani. Un popolo che storicamente fa del rispetto dell'uomo e dei suoi diritti fondamentali, i suoi elementi cardine. La sua immanente aspirazione per la libertà non è un mito. Uomini come Beccaria, Garibaldi, Cavour, Mazzini, solo per citarne alcuni, non sono certo faraoni dell'antico Egitto. Il governo egiziano non dovrebbe ignorarlo.

Il potere assoluto nelle mani del Presidente Hosnī Mubarak ha vita dal lontano 1981, anno della morte del suo predecessore Sadat. Si, tutto vero. Un vero Stato democratico. Una bella alternanza al potere, non come in Italia! Senza scendere in una inutile lista di abusi e violenze commesse dal regime di Mubarak, è importante capire il perché di quel documento, perché ora. Ora che gli accordi tra i nostri due Paesi sul rimpatrio dei clandestini, sembravano funzionare così bene.

In realtà, nel quadro di interesse del Presidente Mubarak, l'Italia non figura. Come dire, "nulla di personale è solo politica". Il Leader egiziano aveva bisogno di un pretesto e Rosarno è stata un'ottima occasione. Ecco allora, che l'aspirante eroe del mondo panarabo, l'uomo saggio del Nilo, il portavoce del diritti rubati al terzo mondo si muove. Sa bene che la comunità internazionale guarda con sospetto l'attività del suo governo già da molto tempo.

Conosce il mondo mussulmano fondamentalista, ostile ai suoi orientamenti filo occidentali e il muro di acciaio che costruisce al confine con i fratelli di Palestina non lo aiuta di certo. Quel muro, che va in concreto a violare norme base del diritto internazionale, dimostra il suo vero tradimento. Armi e profughi bloccati nella Striscia di Gaza, magari in emergenza umanitaria, con un sentito grazie da Israele. Serviva un colpo di scena. Qualcosa che distogliesse l'opinione pubblica araba e la comunità degli Stati da questa delicata questione. Rosarno e il suo deficit democratico.

L'Italia ha tra le sue più grandi colpe quella di non aver investito abbastanza nel cosiddetto, marketing politico. L'Italia, insomma, non conquista il mercato. La nostra classe politica vende prodotti che molto spesso non interessano. Attenzione, non è un errore di oggi. E' qualcosa che ha accomunato, a fasi alterne, tutti i governi italiani da almeno settant'anni. Maggiore credibilità per il Paese: questo dovrebbe essere il cuore della nostra politica estera. E' da qui che bisogna assolutamente partire, se non vogliamo che fatti come questi accadano ancora.

Bisogna avviare un rilancio della cultura italiana all'estero. Una rivoluzione di pensiero è fondamentale. Far conoscere finalmente al mondo l'altra faccia di questo Paese. Le grandi capacità, le enormi risorse che il nostro popolo riesce a sfruttare in ogni contesto e condizione. Il grande rispetto che ha per il lavoro e per i lavoratori di ogni colore. La tolleranza. E allora, sarà impossibile non amarci.

 

venerdì 15 gennaio 2010 Michele Di Lollo
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