L'ultima carta di Gordon Brown
Con le elezioni nella prossima primavera e un distacco enorme dai rivali dei New Tories preconizzato nei sondaggi e tragicamente inveratosi nel risultato delle recenti europee e nelle miriadi di consultazioni locali, il Premier Gordon Brown esce allo scoperto con un estremo tentativo di rientrare in partita. L'aver reso pubblica in pompa magna la sua agenda per il termine della legislatura dandogli il titolo "Building Britain's future" ha infatti avuto soprattutto il senso di una apertura della sfida elettorale con il conservatore David Cameron.
Il completamento della riforma costituzionale per rimuovere definitivamente dalla House of Lords i membri ereditari, nuove regole per il licenziamento per giusta causa nel lavoro dipendente, una politica per la casa che preveda la costruzione di nuovi edifici utilizzando un fondo di $2.5mld da spendersi nei prossimi due anni, il permesso alle istituzioni locali di preferire nella allocazione delle "social house" i cittadini del luogo a quelli immigrati di recente, ma soprattutto la riqualificazione e ricollocazione del ruolo del pubblico impiego nel Paese saranno al centro dell'azione del Governo di Sua Maestà nell'anno venturo.
Brown sin dai tempi in cui era cancelliere dello scacchiere del Governo Blair, aveva manifestato tutta la sua attenzione sulla centralità di una corretta riforma del pubblico impiego per accompagnare il Regno Unito ad una stagione di crescita e di raccolto dei frutti dopo la semina dell'era thatcheriana. La sua visione meno orientata al mercato dei servizi pubblici aveva colorato per anni i dibatti interni al New Labour trovando proprio nell'allora Premier Tony Blair la più fiera opposizione, ma come si sa, dopo la crisi e l'ondata di controriforma anti-liberista che si agita per le cancellerie occidentali, le posizioni di Brown sono tornate pienamente d'attualità.
I gravi problemi nel sistema educativo che hanno generato il fenomeno delle baby gang e del bullismo violento tra i minori, un sistema sanitario percepito come inefficiente hanno infatti spinto il Premier a cavalcare il sentimento collettivo per proporre una "garanzia governativa" sulla qualità minima dei servizi essenziali, ovvero un controllo centralizzato.
La questione è annosa come la nascita delle democrazie liberali
ma è certo che nello UK che si trova a dover affrontare la peggiore
recessione economica dal secondo dopoguerra, in un momento in cui
la Crisi ha destabilizzato tutto il suo mondo politico-finanziario,
costretto ad assistere impotente alla salita del proprio debito
pubblico quasi a livelli italiani (90% del PIL) e al balzo del
deficit per il 2009 al 13,9% del PIL, la ricetta moderatamente
dirigista e pietosamente socialista almeno in parte trova o troverà
nella base laburista quei consensi e quel coinvolgimento che è
mancato nelle ultime prove elettorali.
Ma il fatto è che lo spauracchio dei conservatori brutti e cattivi,
pronti a lasciare indietro chi non riesce a tenersi a galla non
regge più.
Il rivale David Cameron non arriva infatti impreparato all'ultima curva prima del rettilineo che porta al numero 10 di Downing Street. Certo quale erede del partito di Margaret Thatcher è gioco forza costretto a prevedere una serie di tagli al bilancio pubblico ma li propone in ossequio ad una gestione della cosa pubblica che non penalizzi le generazioni future e soprattutto incalza Gordon Brown chiedendogli di essere onesto e di spiegare ai sudditi della Regina come la pressione fiscale dovrà aumentare se si vogliono stabilizzare i fondamentali dell'economia britannica.
E' ancora presto per esserne certi ma è altrettanto tardi perché possa essere rimandato ancora, il ritorno dei Tories al Governo della Gran Bretagna, di certo però in questo ultimo scorcio di mandato Gordon Brown ha un occasione, quella di parlare chiaro al Paese preannunciando un lungo periodo di "lacrime e sangue" e accantonando propositi roboanti come il ricostruire lo UK, probabilmente per questo dovrà registrare una delle sconfitte politiche più sonore per il partito laburista ma allora ciò sarà stato per il destino ineluttabile che accompagna il termine di importanti stagioni politiche più che per le sue responsabilità.
