Meno sobrietà, più riforme
Giorgio Napolitano ha invitato gli esponenti politici ad abbassare i toni. La campagna elettorale, sostiene il presidente della Repubblica, è andata fuori dalle righe e, quando terminerà, occorrerà mettere un punto e ricominciare a utilizzare atteggiamenti più misurati e ponderati.
Queste settimane, in sintesi, sono andate così. Molto provincialismo e poca Europa. Quasi nessuno a discutere dell'Europarlamento, del Trattato di Lisbona, dell'allargamento dell'Unione o dell'integrazione comunitaria. Tutti, però, pronti a buttarsi a capofitto nelle polemiche e nelle manovre elettorali interne. Il centrodestra ha pensato bene di elargire una mancia "last minute", aumentando i componenti dei consigli di amministrazione delle società controllate dallo stato e non quotate in borsa. L'opposizione, dal canto suo, da almeno un mese cavalca una campagna mediatica a base di gossip e vicende giudiziarie, parlando di tutto tranne che di politica. E l'Unione Europea? Su alcuni manifesti è stata trasformata in un'esclamazione dialettale ma, per il resto, non se ne trova traccia in giro per il Belpaese.
Napolitano è uomo avvezzo ai veleni delle campagne elettorali. Ne ha vissute tante, da protagonista e stando all'opposizione. Ha strillato e ha udito strillare per troppi decenni per non sapere come vanno certe cose. È uomo di mondo, il presidente, e non si è mostrato stupito dell'andazzo generale. Né, tantomeno, ha ostentato un senso di superiorità, sdegno o disprezzo per quella competizione nella quale anche lui, fino a qualche anno fa, era calato a pieno titolo.
Il suo monito, imposto dal ruolo istituzionale che ora ricopre, è un tentativo di immettere buonsenso nella dialettica politica, raccomandando uno stile sobrio e un'unità d'intenti finalizzata a risolvere i problemi del paese. Non c'è dubbio, infatti, che talvolta si sia toccato il fondo con attacchi personali e gratuiti poco degni di una nazione civile. Si tratta di un consiglio utile, certo, ma insufficiente a migliorare la qualità della nostra democrazia e del nostro sistema paese.
L'Italia è terra di divisioni. Nord e sud, guelfi e ghibellini. Un paese unito con la spada, ma i cui abitanti sono ancora "da farsi". Agli italiani piace dividersi in fazioni. Solo per citare gli ultimi decenni, questo è un popolo che si è diviso a metà tra fascisti e antifascisti, monarchici e repubblicani, democristiani e comunisti, fan di Mazzola e di Rivera. Insomma, non ci dispiace il clima da campagna elettorale permanente, anche perché è quello che più aiuta a lasciare immutato lo status quo, secondo l'insegnamento sempre attuale del Gattopardo.
È altro ciò di cui abbiamo bisogno. Sobrietà e moderazione, tipici peraltro dei governi della prima repubblica, non sono qualità in grado di cambiare da sole l'Italia. A questo paese mancano attributi molto più importanti come il decisionismo e il coraggio di cambiare le cose.
Più riforme, anche a costo di tenerci la gazzarra permanente. Abbiamo un fisco oppressivo, una burocrazia soffocante, una giustizia lumaca. I sindacati sono onnipotenti, il mercato del lavoro troppo rigido e la generazione dei ventenni e dei trentenni non sa se il domani le riserverà, dopo tanti anni di lavoro, una pensione. Il nostro Parlamento, poi, è lo specchio di questo paese. Due Camere identiche, onorevoli avanti con gli anni e sempre poco disposti ad abbandonare la poltrona.
Si dovrebbe parlare di questo. Non importa con quali toni.
