Diavolo di un Draghi!
Il Popolo della Libertà vivrà nei prossimi mesi momenti davvero difficili. Un leader incontrastato, Silvio Berlusconi, che inizierà con ogni probabilità la fase del declino e una guerra per la successione a capo del partito che sarà lunga e dolorosa. Uno scenario quasi perfetto per l'opposizione, se solo fosse in grado di approfittarne. Il Partito Democratico, in questi ultimi due anni, ha sviluppato una dialettica interna senza precedenti per un partito a vocazione maggioritaria e avrebbe dovuto (ma il condizionale è d'obbligo) trovare anche strumenti e metodi per determinare la sua nuova leadership. Chiunque si candidi a fare il segretario, per avere una qualche possibilità di vittoria, dovrà riuscire a far convergere sul suo nome anime e correnti delle più diverse.
Ci sta provando Bersani, sostenuto dalla strana coppia
D'Alema-Enrico Letta e ci sta riprovando Dario Franceschini, con
l'endorsement pesante di Walter Veltroni e il vantaggio non
minimale di essere segretario uscente. Nell'ombra si muove Anna
Finocchiaro, che non ha rinunciato del tutto allo scranno più alto
del loft e che potrebbe ritornare alla ribalta se le candidature
Bersani-Franceschini finissero per elidersi. Tutto questo potrebbe
essere derubricato alla voce "assetti interni" se non fosse che il
messaggio dalemiano "teniamoci pronti" nascondeva in sé
un'opportunità e un timore. Alle gigantesche praterie politiche che
si aprirebbero con la caduta, vera o presunta, di Berlusconi, si
contrappone la paura di non aver ancora ben chiaro cosa fare da
grandi. Al di là delle alleanze interne tra l'anima popolare e
quella socialdemocratica, il rischio concreto è quello che la
montagna del congresso partorisca un candidato topolino.
Franceschini, Bersani, Finocchiaro sembrano essere nomi buoni per
fare i leader dell'opposizione parlamentare o gli incursori a
Ballarò, ma appaiono agli occhi di D'Alema come degli onesti
mestieranti, poco inclini all'azione di governo e ancora troppo
poco rassicuranti rispetto ad una certa fascia dell'elettorato e
dell'establishment. Nell'immaginario di Max, poi, c'è il costante e
proficuo percorso di accreditamento istituzionale di Gianfranco
Fini: è stato vicepresidente del Consiglio, Ministro degli Esteri,
braccio armato di Bankitalia quando si è trattato di far fuori
Tremonti nell'estate del 2004, si è seduto con autorevolezza al
tavolo dei "grandi" in Europa ed è ormai riconosciuto da tutti come
uno dei leader moderati più apprezzati.
Cadesse in tempi rapidi Berlusconi, una sfida che vedesse Fini
contrapposto a chiunque dei sopracitati aspiranti leader finirebbe
con un'altra vittoria netta del centrodestra. A meno che non vada
in scena il piano B che ha in mente D'Alema: eleggere un leader del
Pd molto debole, troppo debole per essere spendibile come futuro
capo di governo e immaginare una nuova alleanza allargata che punti
a "rifare l'Italia" dopo il ciclone-Berlusconi. Seduti a un
immaginario tavolo potrebbero esserci Massimo D'Alema,
Pierferdinando Casini e un nome spendibile come Mario Draghi. Un
governo dei liberi e forti con un Partito Democratico in grado di
assorbire al suo interno tutta o quasi la sinistra alternativa e
con il solo Di Pietro come mina vagante, depotenziata però dalla
mancanza del fantasma berlusconiano da agitare.
Vanno in questa direzione i principali segnali che arrivano dalle
segrete stanze romane: da una parte l'endorsement di alcuni
esponenti della Sinistra verso un Pd contenitore di tutto
(Sansonetti in primis ma, si dice, anche Vendola e Bertinotti),
dall'altra l'appoggio dell'Udc ai candidati del centrosinistra in
Puglia (regione cara al gran tessitore D'Alema). In mezzo
l'attivismo di Mario Draghi che sembra ormai parlare più da
politico che da capo di Bankitalia.
