I Tories dopo Cheltenham

La recente convention primaverile dei Tories svoltasi a Cheltenham, con il partito che nei sondaggi stacca stabilmente di oltre dieci punti i rivali laburisti, doveva aiutare a capire di più su quanto ci sarà da aspettarsi dal ritorno al numero 10 di Downing Street di un Premier conservatore e saggiare l'approccio di David Cameron nei confronti di una crisi che, tra i Paesi europei, nello UK mostra il suo volto peggiore. A partire dall'inizio del Credit Crunch nell'agosto del 2007 il partito di Cameron non è stato infatti sempre convincente. Concentrato su una comunicazione all'elettorato capace di rimuovere le incrostazioni della stagione post-thatcheriana, Cameron ha intelligentemente trasformato il partito in un aggregatore giovane e visionario, sparigliando le convenzioni che vogliono i Tories interessati alla City e ai conti pubblici e poco più.

Il messaggio sino ad ora convincente è stato quello di una Gran Bretagna non più attenta unicamente alla crescita del PIL (in inglese "GDP" - gross domestic product) ma soprattutto al livello generale di benessere ("GWB" - general well-being) della popolazione. Dentro questo disegno ideale la nazionalizzazione di istituzioni bancarie mutuatarie come già accaduto per la Northern Rock non trovava spazio e, visto e considerato che negli ultimi mesi nazionalizzazioni e salvataggi di Stato di istituzioni finanziarie si sono succeduti con frequenza, parte del mondo finanziario britannico si è trovata a dover esprimere preoccupazione sulla sorte del sistema creditizio inglese nel caso di un cambio di colore della maggioranza politica all'indomani delle elezioni che si terranno tra tredici mesi.

C'era poi l'immagine positiva e sorridente che i nuovi conservatori inglesi si erano, con la fatica di tanti anni di lavoro, saputi cucire addosso che iniziava a stridere con il clima di piombo che si respira oltre Manica laddove gli ultimi report economici regalano previsioni per il 2001 con il Regno Unito al 13,8% nel rapporto deficit/PIL, la disoccupazione oltre il 9,9% (era il 5,3% nel 2007) ed il tutto senza avere livelli di risparmio "italiani". La risposta è stata non originale ma efficace: austerità. Nel convegno di Cheltenham oltre le lamentele comprensibili sullo stato di prostrazione della finanza pubblica in cui il nuovo governo dovrà trovarsi ad operare, è stata l'austerità lo spirito dominante nei discorsi di Cameron, come in quelli di George Osborne, futuro cancelliere dello scacchiere.

Cameron, dopo aver portato il partito verso quello che molti hanno definito "red conservatism" ed essere ad oggi sempre più l'erede designato di Tony Blair piuttosto che di uno qualsiasi dei padri nobili del partito che fu di Winston Churchill, per mettersi al riparo da sorprese, al suonare della campana dell'ultimo giro di corsa impone quindi ai Tories un ulteriore re-branding. Tutto ciò sotto il profilo della comunicazione politica, sul versante invece concreto, quello delle scelte di politica economica, posto che con ogni probabilità il prossimo governo sarà costretto ad aumentare le tasse interessandosi a frange sociali ben più massicce di quelle alte colpite dagli aggiustamenti fiscali di Gordon Brown, i conservatori, pur ribadendo la loro  generica contrarietà a misure di stimolo fiscale finanziate con il debito pubblico oppure a misure di taglio delle aliquote IVA sugli scambi commerciali, nel dover sintetizzare un messaggio di orientamento economico frutto della convention di primavera si sono trovati a fare quadrato attorno all'obiettivo dichiarato da Osborne nel suo discorso: rovesciare il programmato incremento della contribuzione che porterà ad un aumento del costo del lavoro.

Un po' poco, nella ricorrenza del trentennale dell'inizio dei mandati della "Lady di Ferro" per scaldare i cuori dei supporters accorsi alla convention, ma sufficiente comunque a mostrare al paese il volto di un partito e di una nuova classe dirigente che alla originale impronta "compassionevole" portata da Cameron, somma una certa dose di attenzione a non strozzare eventuali sintomi di ripresa dell'economia. Tutto ciò non deve sorprendere giacché David Cameron è paradossalmente il primo vero leader politico post-thatceriano nello UK, poco orientato all'economia, molto più al social-liberalismo e verso l'eredità politica di Margaret Thatcher ha sempre mostrato tiepido entusiamo ma ciò nonostante, a guardarla bene, un tratto caratteriale personale sembra accomunare i due personaggi. Entrambi in procinto di salire alla responsabilità di governo, schivi e poco disponibili a manifestare i propri obiettivi politici di lungo termine. La Thatcher dimostrò di avere ben chiaro quali fossero, David Cameron lo deve ancora.

lunedì 1 giugno 2009 Giampiero Ricci