La faccia sporca di Dubai

È il caldo. Lo si può avvertire persino osservando questa Oasi artificiale da Google Earth. Dubai. Niente è più come una volta. Lo dice il caldo, ma nessuno sembra dargli ascolto. Si raggiungono i 45°C all'ombra. Il clima è caldo secco con forti escursioni termiche. Chi non sopporta questa temperatura chiede una coca, chiude la porte dell'ufficio, di casa, dell'auto, accende l' AC. Fresco. Gli unici costretti ad ascoltare il caldo sono le decine di migliaia di lavoratori-schiavi immigrati, provenienti da paesi dell'Asia orientale (Bangladesh, India, Cina) in cerca di lavoro, di sopravvivenza. Cercano la vita, cercano un lavoro per poter crescere i propri figli, sognano una famiglia. Lavorano divisi per turni 24 ore al giorno. Tutto trasuda petrolio, sudore e sangue, quello dei muratori africani, che stendono guaine in cima ai grattacieli sotto un sole cocente, un'afa che ammazza e tornano a casa ammucchiati in bus cadenti. Questa è la Dubai dei miserabili, dei sommersi degli invisibili e si fatica a pensare che esiste. E' la Dubai da buttare sotto il tappeto, sporcizia. Eppure esiste, si alza al mattino e scompare la sera.

È il 1833, la famiglia Al Maktum, appartenente alla tribù Bani Yas, lascia Abu Dhabi e prende il controllo di Dubai senza resistenza. È il  2006 quando prende il potere a Dubai lo shaykh Mohammed bin Rashid Al Maktum. Shaykh Maktum bin Rashid Al Maktum è scomparso il 4 gennaio dello stesso anno in Australia. Egli rivestiva pure le cariche di vice presidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti. Dicono che da quel momento tutto inizia a cambiare troppo velocemente, senza regole. Bene, male. Dubai si distingue dagli altri emirati in quanto soltanto il 10% del suo Pil  è derivato da entrate collegate all'industria petrolifera. Le maggiori fonti di ricchezza di Dubai sono la zona economica speciale di Jebel Ali ed il turismo, che è in costante crescita. Il turismo. Tutto è un immenso cantiere. Nel 2006 a Dubai sono presenti circa il 23% di tutte le gru mondiali. Grattacieli di vetro,  isole con ville faraoniche, alberghi a sette stelle. Enormi centri commerciali, a dozzine. Straripano di ogni ben di Dio, dai gioielli sfarzosi ai vestiti firmatissimi, alle ultime meraviglie dell'elettronica. L'aeroporto, lungo un chilometro, ha un cantiere che lo accrescerà di un altro chilometro. Ogni cosa è in vendita. Migliaia e migliaia di appartamenti, ville sono ostentati su magnifici plastici all'interno dei malls.  Tutto è concepito per i turisti, ai quali insieme alla lussuosa dimora sarà consegnato un certificato di residenza  illimitato nel tempo. Attenzione. A Dubai non si pagano tasse.

Molti parlano della nuova Dubai. Uomini come Abdulkhaleq Abdullah, Professore di Scienza Politica all'Emirates University. In un'intervista all'Indipendent afferma che oggi la gente di Dubai è divisa. Non si riconosce nelle forme che questa città sta assumendo. Si perdono i valori reali, ma si ha paura di rinnegare il gusto della Coca cola. È un trauma.  È vero, il caldo può dare alla testa. Un sogno, un incubo. La crescita di questa città è impressionante, le condizioni dei lavoratori tremenda. Non esistono regole, non esistono diritti riconosciuti e condivisi da tutti. È il prezzo della dittatura. Ogni sera le centinaia di migliaia di giovani che hanno davvero tirato su Dubai vengono stipati negli autobus e portati dai loro cantieri fino ad una vasta distesa di cemento a circa un'ora dalla città, dove vengono tenuti in disparte. Magari sono mesi che non vengono pagati. Dubai è un viaggio a ritroso. E' il capitalismo delle origini, in salsa islamica. E' qualcosa di già visto, solo con tante, troppe, luci in più.

È il freddo. Manchester, Regno Unito. Ottocento, seconda metà. Rivoluzione industriale. I tempi cambiano spesso, risponde il freddo. Pochi amano il freddo, il ghiaccio. Pochissimi. C'è chi cerca di scaldarsi. Ci sono uomini, donne  in piccole case di campagna. Lei fila, lui cerca di accendere il fuoco. Cercano di riscaldare il loro bambino che soffre. È denutrito, ha fame. Troveranno calore in uno squallido, sporco, quartiere proletario di una città grigia, nella quale automi camminano, lavorano anche 20 ore al giorno. Sottopagati, sfruttati, ma il loro bambino cresce. Il loro bambino è cresciuto sano e forte, ha trovato una giovane donna, anche lei si è trasferita da poco lì a Manchester. Non tornerà mai in campagna. Non lascerà mai che suo figlio patisca fame e freddo, come lui da bambino. È sopravvivenza, istinto, progresso, ricerca del bene attraverso il male. Il male è il prezzo che si paga. Sempre. La  libertà, la ricchezza i grandi obiettivi. Ecco cos'è davvero Dubai. Dubai è una nuova Manchester. Ma non bisogna fermarsi. Il clima può cambiare.

sabato 30 maggio 2009 Michele Di Lollo
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