Il capitalismo che non c'è
Le parole, gli ammiccamenti e le battute tra il presidente di
Confindustria Marcegaglia e il presidente del Consiglio Berlusconi
sono l'ennesima rappresentazione di quello che è il capitalismo
italiano. Quanto accade nelle democrazie avanzate tra classe
imprenditoriale e classe politica, i due poli essenziali del ceto
dirigente, è l'ingaggio di una dialettica serrata non solo sui temi
economici, ma anche su quelli sociali e istituzionali. Non ci si
sfotte, non ci si parla sottecchi. Gli imprenditori incalzano i
politici a creare quanto meno impedimenti al loro lavoro, se non
condizioni più favorevoli per lo sviluppo, considerato un bene per
sé. I politici, d'altro canto, tendono a sfidare gli imprenditori
sui temi dell'innovazione contro i conservatorismi di maniera
sempre dietro l'angolo, che proteggono le posizioni acquisite a sca
pito della dinamicità dei rapporti economici e della mobilità
sociale. Un sodalizio, quello tra economia di mercato e democrazia
liberale, che ha dato nel secolo scorso risultati eccellenti in
termini di miglioramento delle condizioni e dello stile di vita
occidentale.
In Italia tutto questo non esiste da decenni. Se il vero problema
nazionale resta l'irrisolta questione borghese, il suo centro sta
proprio nelle caratteristiche del nostro capitalismo:
nell'obiettivo dei nostri capitalisti a conservarlo così com'è e
nella compiacenza coincidente dei nostri politici concentrati a
lucrare elettoralmente su di esso. L'Assemblea nazionale 2009 di
Confidustria non fa che confermare questa analisi. Perché non basta
chiedere - come in Italia hanno chiesto tutti presidenti
confindustriali negli ultimi quindici anni - «riforme strutturali
che riducono l'incidenza della spesa corrente» considerandosi
estranei ai processi che tali riforme innescano. Dove effettive
modernizzazioni si sono prodotte, è accaduto in virtù di un
riconoscimento del ruolo attivo giocato dagli imprenditori.
Apertura delle blindate strutture societarie, effettiva
contendibilità delle imprese, riduzione dei benefici privati di
controllo, un nuovo diritto societario, erosione degli asfittici
spazi di rendita: sono solo alcune delle proposte che una classe
imprenditoriale, la quale si pensi anche classe dirigente di una
nazione, dovrebbe essa avanzare. Altrimenti restano solo le
esortazioni, gli applausi facili e i salamelecchi.
