Guerra di bande
376 pagine. A tanto ammonta il corposo malloppo delle motivazioni della condanna in primo grado a 4 anni e 6 mesi inflitta a David Mills. I giudici Gandus, Dorigo e Caccialanza le hanno depositate a 90 giorni dalla sentenza del 17 febbraio scorso. Si è appreso così che l'avvocato inglese, ex marito del ministro britannico Tessa Jowell, avrebbe agito «per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l'impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati». Inoltre, «la condotta di Mills era dettata dalla necessità di distanziare la persona di Silvio Berlusconi dalle società off shore, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero, la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».
Immediatamente, nel mondo politico si è scatenato un putiferio con i giustizialisti a invocare le dimissioni del premier e i suoi parlamentari-avvocati a difenderlo a spada tratta. Una baraonda che fa da cornice all'ennesimo capitolo dello scontro più duro che ha caratterizzato la cosiddetta seconda repubblica: non quello tra il centrodestra e il centrosinistra, ma quello tra l'uomo che domina la scena politica italiana e la magistratura che cerca di condannarlo. Si tratta di una "guerra di bande", per dirla col gioco tanto in voga su Facebook, tra due schieramenti che perseguono entrambi obiettivi politici più che giudiziari. Non convince la lettura manichea della vicenda, quella secondo la quale a scontrarsi siano i paladini della giustizia e un criminale. Dietro l'aulico velo dello scontro istituzionale tra i poteri dello stato, si cela un molto più prosaico scontro tra gruppi di potere.
Da una parte ci sono magistrati che spesso, troppo spesso, sembrano sforzarsi per evitare di apparire indipendenti, partecipando attivamente alle campagne elettorali e scandendo con singolare coincidenza il calendario dell'attività giudiziaria. Dall'altra il Cavaliere, che di quei giudici non si è mai fidato e tenta di difendersi con gli scudi legislativi che fa approvare dal Parlamento, come il lodo Alfano, mentre grida al complotto delle toghe rosse. Ognuno usa gli strumenti che la sua professione gli mette a disposizione. Gli uni per seguire ideologie politiche o, più pragmaticamente, per tutelare i propri interessi corporativi. L'altro non volendo veder terminare per mano giudiziaria la propria carriera politica e non solo.
Come ha osservato Davide Giacalone, in questa vicenda perdono tutti. Giustizia, sinistra e governo. Il Partito Democratico non riesce a rinunciare al giustizialismo. Anche quando ci prova, avendolo elevato ad arma di lotta politica per una vita, si vede scippare l'argomentazione dall'alleato Di Pietro, che ha gioco facile nell'ammaliare folle abituate a considerare l'avversario prima un criminale e poi un politico. Il centrodestra, dal canto suo, non fa una gran figura e, pur di fronte a una sentenza dall'impianto probatorio che lascia molti dubbi, in un processo che comunque andrebbe incontro a prescrizione certa, il presidente del Consiglio risulta di fatto protetto dal solo lodo Alfano.
A perdere più di tutti, però, è il paese. La magistratura italiana, al di là di come la si pensi, necessita di essere drasticamente riformata. Processi interminabili, irresponsabilità dei magistrati, sentenze con toni da Santa Inquisizione, gogna mediatica alla faccia della presunzione di innocenza, correntismo e scarsa trasparenza. Finché ogni tentativo di riforma si schianterà sul muro delle discussioni sulle pendenze penali di Silvio Berlusconi, nessuna forza politica sarà in grado di discutere serenamente della faccenda. E noi saremo costretti a tenerci ancora a lungo un sistema giudiziario che produce sentenze come questa, nelle quali ci vogliono 5 anni solo per arrivare al primo grado. Molti di più di quelli previsti dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Ma tanto abbiamo tempo da perdere.
