L'economia indiana ha ancora il suo Dottore
Quando il 2 giugno prossimo giurerà alla guida del suo nuovo governo, Manmohan Singh potrà fregiarsi di una prestigioso record: quello di essere il solo primo ministro dopo il padre della patria indiana, il "Pandit" Jawaharlal Nehru, a ottenere un secondo mandato quinquennale consecutivo. Intanto, lunedì, alla riapertura post elezioni, la borsa di Mumbai ha dovuto fermare le contrattazioni per eccesso di rialzo (+17%). il pù eloquente messaggio di bentornato che poteva essere rivolto a Singh dal mondo economico e finanziario.
Neanche i più famosi astrologi indiani avrebbero potuto leggere tali eventi nell'oroscopo di questo compassato signore nato il 26 settembre 1932 nello stato del Punjab, la culla della religione Sikh, in una zona che dopo la drammatica spartizione del 1947 è parte del Pakistan.
Leader del secondo Paese più popolato del mondo con un miliardo e 200 milioni di abitanti e di una di una delle due economie a più rapida e sostanziosa crescita - sempre dopo la Cina - questo signore un po' esotico, con la testa elegantemente fasciata da un turbante sikh, un sorriso che illumina la sua barba bianca, i modi garbati ma distaccati è ormai una presenza sempre più famigliare nei grandi vertici internazionali, a mano a mano che all'India viene riconosciuto il ruolo da protagonista che lo stesso Singh ha contribuito a conquistare.
Il primo ministro è considerato uno dei cervelli più raffinati di tecnocrate. Ha un 'immagine non intaccata da scandali e di specchiata onestà in un paese dove i confini tra criminalità e politica sono molto labili o addirittura inesistenti. Non ha mai indugiato a manifestazioni demagogiche e spettacolari, tant'è vero che in cinque anni si è concesso solo una volta per una conferenza stampa formale e ha sempre attraversato l'India senza l'inevitabile accompagnamento di giornalisti, fotografi e cameraman.
Per molti, è soprattutto un tecnocrate, che si è dedicato alla politica per spirito di servizio. In effetti, in una sola occasione si è sottoposto al voto diretto degli elettori e ha fallito e, ancora oggi, è l'unico primo ministro che siede nella Camera alta, dove si arriva per cooptazione o nomina indiretta.
Il suo curriculum accademico e professionale è, invece, di assoluto rispetto: laureato nei più prestigiosi College di Cambridge e Oxford, ha insegnato economia in India e all'estero, ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale e alle Nazioni Unite ed è stato governatore della Reserve Bank of India dal 1982 al 1985. Ma il suo capolavoro è la grande e coraggiosa opera riformatrice che ha avviato nei cinque anni durante i quali ha ricoperto la carica di ministro delle Finanze nel governo guidato da Narsimha Rao dal 1991 al 1996.
Ha evitato il crack finanziario del Paese soffocato da una crisi
della bilancia dei pagamenti e, nel contempo, ha smantellato il
cosiddetto Licence Raj, il ferreo regime di controllo dell'economia
instaurato dal socialisteggiante Nehru
E' stato catapultato alla guida del governo il 22 maggio del 2004
da Sonia Maino Gandhi che non se la sentì di accettare il mandato
di primo ministro già affidatole dal presidente della Repubblica
per evitare una crisi costituzionale minacciata dai nazionalisti
hindu che soffiano sul fuoco della polemica sulla sua origine
italiana. E la stessa Gandhi, presidente del Partito del Congresso
e leader indiscussa dell'UPA (Alleanza Progressista Unita), ha
impostato la campagna elettorale appena conclusa con un inatteso
successo sulla riconferma rassicurante del Dottore. Una carta
che è stata apprezzata dalla popolazione meno abbiente e dal
mondo economico e imprenditoriale che ne apprezzano la sincera
attenzione verso i più deboli e la coerenza nel portare avanti una
politica riformatrice che ha assicurato negli anni passati una
crescita vicina alle due cifre e una tenuta onorevole (+6,5%)
nell'ultimo anno di recessione mondiale. Neanche l'enfasi che i
suoi avversari hanno sottolineato la sua età (76 anni) e la sua
fragile salute (tra gennaio e marzo 2009 ha subito un
intervento di angioplastica per sistemare alcuni by-pass) hanno
alla fine pesato sul risultato elettorale.
L'India, ma anche tutto il resto del mondo, hanno bisogno della stabilità, della competenza e dell'impegno che Singh può assicurare almeno nei prossimi due anni in cui l'economia mondiale navigherà a vista e in cui si dovrà contare sulla spinta che può e deve provenire dai nuovi giganti emergenti, in prima fila Cina e appunto India. Dopodiché potrà ritenere concluso, alla soglia degli 80 anni, il suo compito di traghettatore dall'economia socialista di Nehru e di sua figlia Indira Gandhi all'economia globalizzata e di taglio liberalizzante avviata da Rajiv Gandhi e che dovrebbe essere sviluppata dal rampollo Rahul Gandhi, il quarto della dinastia, nuovo astro sorgente del partito del Congresso e della politica indiana, sotto le ali protettrici della mamma Sonia e di "zio" Manmohan.
