Gattopardo a Pechino

Con la Rivoluzione, Mao voleva distruggere il mondo feudale del vecchio Impero. Ma i suoi nipoti non sono altro che una nuova dinastia, l'ennesima della storia cinese. Ecco come hanno cambiato tutto per non cambiare nulla.

Il primo giorno di ottobre dell'anno 2009, la Repubblica popolare cinese compirà sessant'anni di vita. Per festeggiare l'avvenimento, una solenne celebrazione si è svolta nella sovietica piazza Tiananmen, la Porta del Cielo, che cela agli occhi dei visitatori l'imponente ingresso della Città Proibita. Il luogo scelto, come sempre nella metodica dei regimi, non è casuale. Proprio dal balcone che sovrasta la piazza, il Grande Timoniere Mao Zedong e i suoi accoliti avevano comunicato al mondo l'affacciarsi sulla scena internazionale dell'ennesimo Paese socialista. Ma, soprattutto, quella piazza e quel balcone rappresentano agli occhi del miliardo e mezzo di cinesi viventi il legame del potere temporale con quelle forze ancestrali che - con buona pace dell'ateismo propugnato da Marx - rimangono saldamente nel cuore della popolazione. D'altra parte, il Tian (il Cielo) è nell'iconografia classica il Padre celeste dell'Imperatore, ed è da lui che le dinastie cinesi hanno ottenuto il privilegio e l'onere di regnare nel Chung Kuo: l'Impero di Mezzo, che si staglia a metà fra la terra degli uomini e il cielo dove vivono gli dei.

Per onestà storica e intellettuale, va ricordato che non furono i comunisti a mettere piede per primi all'interno di Pechino, ma i nazionalisti guidati da Sun Yat-sen, il vero padre della Cina moderna. Furono loro a ordinare la cacciata dell'ultimo imperatore Pu Yi e a stabilire il fato cui era destinato l'Impero: l'estinzione, in nome di una Repubblica democratica affidata al voto popolare e proiettata verso un'innovazione culturale ed economica.

Dopo la sanguinosa e fratricida guerra civile cinese, che vide la cacciata dei nazionalisti guidati da Chiang Kai-shek a opera delle armate maoiste, furono invece i comunisti a stabilire in Pechino la propria capitale. Senza osare, però, distruggere il sontuoso complesso residenziale che per millenni aveva ospitato il cuore del governo cinese. Mao, nonostante un ego dalle dimensioni smisurate, non azzardò mai neanche l'ipotesi di prendere residenza all'interno della Città Proibita. Preferì costruirle a fianco un nuovo, moderno quartiere blindato - Zhongnanhai - che ancora oggi ospita l'esecutivo comunista e gli alti dirigenti del Partito. Che altro non è se non una Città Proibita senza l'eccelso gusto artistico che caratterizzava quella originale.

Il dogma primigenio che muoveva le truppe cinesi al rovesciamento del nemico giapponese e di quello, più temibile, rappresentato dai capitalisti era però il rovesciamento degli antichi stili di vita. Basta società feudale, basta imperatore, basta dominazione basata su una scala verticale. Il comunismo aveva promesso uguaglianza fra tutti, e in nome di quell'ideale ha giustificato circa settanta milioni di morti violente nella sola Cina.

Sono bastati pochi anni, però, per far capire alla popolazione e ai suoi osservatori che quegli ideali non sono altro che un paravento dietro cui nascondere cupidigia e soprusi. Sin dalla fine degli anni Sessanta è divenuto impossibile negare che il Partito governa esattamente con i metodi imperiali: migliaia di corti disseminate sul territorio nazionale e affidate al comando indiscutibile di un quadro comunista, che riporta esclusivamente ai suoi superiori e ha il potere assoluto sulla sua zona. Un esercito e una polizia che determinano la pericolosità sociale di tutti coloro che vivono nella propria giurisdizione, con la possibilità di spedirli dentro campi di lavoro senza processo. Una realtà economica che assegna al più spregiudicato tutto il piatto in gioco, con tanti saluti a chi ha meno agganci politici o più morale.

E cosa cambia, rispetto ai vecchi mandarini delegati dall'Imperatore a far rispettare i suoi dettami in ogni punto del Paese? Cosa c'è di diverso dalle Guardie dell'Impero, che in nome del loro superiore amministravano la giustizia con la spada e senza diritto? Dove si colloca, esattamente, la differenza rispetto ai mercanti del sud, talmente potenti da convincere l'Impero della necessità di fare affari con l'Occidente?

Lo stesso ragionamento si può fare analizzando gli oppositori del regime che, ben lontani dal guidare un movimento popolare (è impensabile una Solidarnosc asiatica), si stagliano come gli eroi dell'epoca Tang, soli e con la lancia in resta contro un nemico inamovibile e imbattibile.

Oggi Pechino sembra essersi resa conto della pericolosità di questa situazione e affida alle petizioni del popolo il compito di controbattere a chi ritiene ancora vivo il vecchio animo feudale. Con il piccolo inconveniente, però, che questi testi non raggiungono mai il governo, rimanendo carta morta. Così come erano ignorate le richieste di grazia presentate a Pechino dai quattro angoli dell'Impero. In sessant'anni i comunisti hanno cambiato tutto per non cambiare nulla.

mercoledì 20 maggio 2009 Vincenzo Faccioli Pintozzi