Ritenta, sarai più fortunato!
Quanto valgono le parole? Quanto costa parlare, ben vestito e vezzeggiato, dai migliori palcoscenici internazionali? Ma soprattutto, che straordinario impegno si manifesta nel pronunciare frasi di speranza e cambiamento, salvo poi guardarsi bene dal metterle in pratica? Il Premio Nobel per la Pace del 2009, assegnato al presidente americano Barack Obama, dimostra che sono questi i fattori su cui si basa la celebrità mondiale e (soprattutto) si valuta l'intenzione a creare la pace.
E poco importa che il celebre premiato sia il comandante in capo di un esercito che, giustamente o meno, sia effettivamente impegnato in operazioni di guerra in due Paesi asiatici. O che questo stesso protagonista mantenga, giustamente o meno, un embargo che mette in ginocchio una popolazione caraibica. O che sia il garante, giustamente o meno, di un regime carcerario che lede i diritti fondamentali di altri essere umani. Qui non si vogliono discutere le motivazioni alla base di tante scelte, forse imposte, che l'amministrazione Obama ha fatto. Si discute di fatti, inoppugnabili e sinceramente poco pacifici.
Importa molto poco, inoltre, che ci siano persone (nello stesso pianeta su cui cammina Obama) che per quelle stesse parole di pace e democrazia pronunciate dal presidente Usa abbiano deciso di vivere una vita infernale. Che abbiano volontariamente scelto di sottoporsi a vessazioni e violenze per non chinare il capo davanti a regimi totalitari ed affermare l'insita libertà che anima ogni essere umano.
Prigioni, torture, violazioni non hanno spaventato Hu Jia o Wei Jingsheng: i due celebri dissidenti cinesi, ieri, erano nella lista dei favoriti al Nobel.
La decimazione dei suoi membri non ha messo a tacere Memorial, l'Organizzazione non governativa russa che opera da anni per denunciare i misfatti di Vladimir Putin.
La guerra non ha fermato i medici afgani o gli avvocati colombiani, che affrontano ogni giorno missili veri - non di carta - per prestare la loro opera a due delle popolazioni più colpite (in ogni senso) del mondo moderno.
Certo, il presidente americano parla di speranza e di disarmo, invita al multilateralismo e definisce fondamentale il dialogo: in parole povere, si comporta come ogni politico di buon senso dovrebbe fare. Tanto più se si guidano gli Stati Uniti, detentori di primati morali, economici e materiali che non hanno simili nel consesso delle Nazioni Unite. Ad essere premiata non è stata la speranza, la visione o l'impegno: si premia - a voler essere buoni - il buon senso. E per chi langue in una prigione o muore per non chinare il capo, resta soltanto un invito: ritenta, sarai più fortunato.
