Il Nobel a Chamberlain
Se i Nobel fossero ancora una cosa seria, e non gli annuali
ruttini del nord Europa al mondo, quello per la pace a Obama si
potrebbe commentare così.
Prendete un capo di governo fascinoso ed elegante, dai modi
cordiali, dall'oratoria forbita e un istintivo approccio ecumenico,
che cerca, in un mondo scosso da mille inquietudini, di convincere
che, in fondo, le intenzioni di tutti sono buone e animate dai
migliori proponimenti. Anche di quelli che mostrano in ogni
occasione arroganza e odio per i più elementari diritti e
sentimenti umani. Prendete questo capo di governo e immaginatelo in
giro per il mondo a cercare il dialogo, a promuovere l'incontro tra
culture diverse, a svilire secoli di progresso civile e liberale
equiparando la sua cultura ad altre fondate sulla sopraffazione
dell'uomo sull'uomo. Considerate che certo questo capo di governo è
mosso dalle migliori intenzioni e sogna davvero tutte le notti un
mondo riappacificato, dove il lupo e l'agnello riposino serenamente
l'uno accanto all'altro. Considerate quanto assoluta sia la buona
fede di questo capo di governo. Verificatela nei suoi atti pubblici
e privati, nelle sue battaglie politiche e nella dedizione per la
sua famiglia.
Ecco, messa così, le floride motivazioni del Nobel per la pace a
Obama sono le stesse del nobel mancato a Chamberlain sul finire
degli anni Trenta.
