Nobel per la pace e Realpolitik
Jimmy Carter, Wangari Maathai, Muhammad Yunus, il Comitato intergovernativo sul mutamento climatico, Martti Ahtisaari. Sono alcuni fra i più recenti vincitori del Premio Nobel per la Pace dell'Accademia reale di Stoccolma. Non vi spaventate se non ne conoscete molti: con la pace hanno poco o niente a che fare, anche se la loro storia personale è senza alcun dubbio affascinante (seppur di rilievo mediocre). Eppure, un tempo il Nobel era un premio di rottura: un riconoscimento importante a delle battaglie fondamentali, il simbolo di un mondo libero a sostegno degli oppressi. I Nobel per la pace erano i "primus inter pares" della dissidenza, simboli luminosi in un mondo oppresso dai fondamentalismi. Oggi, questi regimi hanno cambiato nome ma non metodo; sono divenuti dei rispettabili Stati accentratori e censori, pronti a sbattere in galera chi la pensa in maniera diversa dalla loro. Cosa è cambiato? Che i loro portafogli, e i loro arsenali, sono molto più gonfi di qualche anno fa.
Quello che si assegna il prossimo 9 ottobre è un Premio Nobel particolare, perché segna il ventennale dalla caduta del Muro di Berlino e del massacro di piazza Tiananmen. E non stupisce se fra le oltre duecento candidature che hanno raggiunto le nevi perenni del nord Europa ci sono diversi orientali e molti nomi noti. Il dissidente cinese Hu Jia, il Primo ministro dello Zimbabwe Morgan Tsvangirai, il bonzo e dissidente vietnamita Tchich Quang Do, l'avvocatessa cecena Lidia Iussupova e l'ex ostaggio franco-colombiano Ingrid Betancourt sono fra i favoriti dei bookmakers.
«Speriamo da lungo tempo che il premio sia assegnato ad un difensore dei diritti umani russo. L'Ong Memorial o la militante Svetlana Gannoushkina sarebbero degli ottimi candidati», afferma inoltre Bjoern Engesland, presidente per la Norvegia del comitato Helsinki per i diritti umani. E non mancano i nomi della senatrice colombiana Piedad Cordoba, che lavora per la fine della guerra civile nel suo Paese, del principe Ghazi Bin Muhammad Bin Talal di Giordania, paladino del dialogo interreligioso, e del medico donna Sima Samar, avvocato dei diritti umani in Afghanistan. Alla scadenza del primo febbraio erano stati proposti anche i nomi dei presidenti americano Barack Obama e francese Nicolas Sarkozy. Ma rimane il dubbio sulla decisione di Stoccolma: la triade più accreditata è quella che vede Wei Jingsheng - il creatore del Muro della Democrazia cinese - la succitata Memorial e un'oscura Organizzazione contro le mine anti-uomo. Aspettiamo con ansia, facendoci poche illusioni: da molto tempo, l'Accademia reale di Svezia ha scelto un basso profilo per i dissidenti da premiare.
Si preferiscono nomi soft, bravi boy-scout della cooperazione internazionale che sfruttano il palco di Stoccolma per lanciare messaggi chiari e poco dolorosi. Fondamentalmente, Al Gore ha sfruttato la sua occasione per dire al mondo (con il tipico candore tinto con i colori naif) che inquinare fa male. E Ahtisaari, il "campione in carica", è stato usato per comunicare al mondo l'importanza della diplomazia sussurrata.
D'altra parte, non si possono irritare i forzieri cinesi (così importanti per l'economia mondiale) o gli hangar nordcoreani. Non parliamo poi del Vietnam, di cui non frega niente a nessuno, o dell'Africa: continente negletto, che trattiene nel suo ventre tutti i mali del mondo; dei regimi islamici o della Russia di Putin, che in un secondo può lasciarci al freddo. Spero di venire smentito da un nome altisonante, da una bandiera della democrazia. Voglio poter buttare, domani sera, questo articolo e magari scrivere un post di scuse a chi l'ha dovuto leggere. Ma, se il Premio finisse nelle mani dei topolini della cooperazione, sono anche pronto a consolarmi: se il Nobel per la Pace venne negato al Mahatma Gandhi per non irritare i britannici, un motivo ci sarà. E si chiama realpolitik.
