La lunga stagione dell'odio

L'Italia è un paese fondato sull'odio. Personale, politico, culturale. Comunque la si metta è così perché è la storia a ricordarcelo in queste ore che seguono il pronunciamento della Corte costituzionale sul lodo Alfano. È una repubblica, l'Italia, nata da una guerra civile mai sanata perché la parola è sempre stata concessa solo ai vincitori. È uno stato, l'Italia, che ha vissuto la terribile stagione delle stragi, una stagione che spesso viene rievocata da una certa parte politica e culturale (appunto) come un'epoca di ideali, lotte civili e quindi democratiche. Però c'era gente, da ambo le parti della barricata, che cadeva sotto i colpi di pistola o per le esplosioni di ordigni nelle banche, nelle stazioni o direttamente sui treni.

È una nazione dove la passata classe dirigente è stata smantellata a furia di sentenze giudiziarie. Con il particolare che certa classe dirigente è sempre stata tenuta al di fuori della bagarre di Tangentopoli. Tant'è che nulla è cambiato da allora, se non ché Silvio Berlusconi, nel 1993, decise di fare a modo suo e di dare via alla rottura. Un piano prestabilito si è trovato un bastone tra le ruote, un imprenditore che ha deciso di tutelare certi interessi, quelli che non rientravano in una determinata classe dirigente. Quella uscita immacolata da Tangentopoli.

È un piduista, le sue trasmissioni hanno reso imbecilli gli italiani che finiscono per votarlo, è colluso con la mafia, corrompe i giudici, frequenta delinquenti. Di tutto e di più si è detto del Cavaliere, appunto perché la sua discesa in campo ha riacceso quel clima di odio che ci portiamo dietro da troppi anni e che - inevitabilmente - è destinato a durare dal momento che oramai fa parte del dna di questo paese. E i vincitori si sono trovati con le spalle al muro, tanto che finalmente si è cominciato a parlare della guerra civile sulle cui macerie è sorta una costituzione catto-socialista-comunista e per nulla laica.

Si sono tirati fuori vecchi appelli firmati da intellettuali e giornalisti contro commissari e funzionari dello Stato finiti poi accoppati dalle Brigate rosse. I legami tra banche e partiti sono venuti alla luce. Una classe imprenditoriale ha dovuto indirettamente ammettere che senza il sostegno di certi poteri non sarebbe potuta sopravvivere a delle logiche di mercato che, guarda caso, in Italia non esistono.

La sentenza di illegittimità decretata dalla Consulta ieri sera è solo l'ultimo capitolo della storia di odio personale, politico e culturale che ha contrassegnato la storia italiana. Malauguratamente, il nostro è un romanzo destinato a non essere mai concluso.

 

giovedì 8 ottobre 2009 Dario Mazzocchi

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