Bersani e l'enigma dei capigruppo

Eletto segretario, a Bersani tocca scegliere i capigruppo. Come sempre, in questi casi, le chiacchiere coprono col loro fragore le poche cose serie (e silenziose) che si dicono in giro, che partono tutte da un presupposto: la mozione Bersani (dalemiani+bindiani+lettiani) ha i numeri per eleggere alla Camera il suo Presidente; al Senato i numeri non ce li ha, anzi è nettamente sotto la mozione Franceschini (popolari+veltroniani+fassiniani).

Bersani non può chiudere subito un accordo esplicito coi popolari, perché sennò la Bindi e Letta danno fuoco al Nazareno. L'asse D'Alema-Marini resta ancora fortissimo, ma tornerà in superficie dopo la sconfitta del PD alle regionali, nella grande ansia "unitarista" che prenderà i maggiorenti preoccupati di salvare la pelle. Al momento, Bersani deve così accontentarsi di Letta e Bindi e del suo 53%.

La conseguenza più probabile è che la mozione Bersani si scelga e si elegga il capogruppo alla Camera - Enrico Letta - e lasci alla mozione Franceschini la scelta del capogruppo in Senato: più probabile un popolare come Paolo Giaretta che un rutelliano come Luigi Zanda. Bersani, insomma, non farà proprie queste sfide indicando ai gruppi nomi di suo personale gradimento, perdendo l'occasione di qualificare in questo modo il suo battesimo da segretario.  

È un peccato. Il PD avrebbe bisogno di meno calcoli e più fantasia per uscire dall'angolo in cui s'è cacciato. Se Bersani desse un colpo d'ala alla sua azione con scelte coraggiose mirate a rompere la logica dei feudi interni, il PD avrebbe di che giovarsene, come pure il suo nuovo segretario. Non sarà così. E Bersani sarà costretto a convocare i feudatari democratici anche per spostare di pochi centimetri il portapenne sulla sua scrivania.

martedì 27 ottobre 2009 Leo Bloom
Tags: BersaniD'AlemaLetta

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