Il Pdl contro Tremonti. Superministro verso le dimissioni?
I primi segnali che qualcosa non andasse si sono avuti ai tempi
delle misure anticrisi. Silvio Berlusconi spingeva per una
detassazione delle tredicesime, atto forte e simbolico. Giulio
Tremonti disse no, perché costava troppo, e si inventò la Social
Card, lasciando perplessi gran parte dei componenti dell'esecutivo
e scontentando in fondo anche il Presidente stesso. I tempi duri
delle finanziarie lacrime e sangue, con tagli generalizzati e
sacrifici per tutti, fecero diventare il superministro
dell'Economia l'autentico "signor no" del Governo. Tanto apprezzato
in campo europeo, quanto invidiato sull'italico suolo, i mal di
pancia interni al centrodestra per il comportamento un po' troppo
indipendente del Divo Giulio si sono moltiplicati fino alla rottura
definitiva di questi giorni.
Da settimane a Via dell'Umiltà, storica sede di Forza Italia prima
e quartier generale del PdL oggi, si vocifera di un partito pronto
a sconfessare Tremonti con un atto formale, un documento
politico-economico in 10 punti che segni i paletti entro cui dovrà
muoversi il governo per il rilancio della nostra economia
nell'immediato post-crisi. L'esistenza del documento sembra essere
confermata anche dalla prima pagina di Libero di oggi, dove Mario
Sechi disegna uno scenario in cui si moltiplicano le fronde anti
Giulio interne al centrodestra.
Boatos provenienti da Via XX Settembre, raccontano di un ministro
in rotta di collisione con gran parte del partito e, novità delle
ultime settimane, anche con Silvio Berlusconi. Il premier avrebbe
individuato nel suo ex braccio armato economico, una delle
principali serpi in seno all'esecutivo, tessitore attento di trame
confindustriali e autentico interlocutore privilegiato per gran
parte dell'opposizione, D'Alema in primis.
La sfiducia berlusconiana arriverebbe, però, conto terzi e sarebbe
contenuta nel documento di cui parla oggi Libero. Un testo che
mette spalle al muro Tremonti e che chiede al Governo una
"inversione a U" sui temi economici: riduzione delle tasse per
arrivare a due sole aliquote, forti investimenti infrastrutturali
anche a costo di aumentare nel breve periodo il debito pubblico del
nostro paese e tagli a società partecipate ed enti locali. Tutti
temi su cui Tremonti si è detto più volte indisponibile a discutere
e che lascerebbero al deus ex machina della politica economica del
centrodestra una sola via d'uscita: le dimissioni.
Messo alle corde, Tremonti ha deciso di cambiare parte in commedia
e di re-inventarsi come la nuova vittima del pensiero unico
berlusconiano. In quest'ottica vanno lette le aperture bipartisan
all'opposizione e la conversione di ieri sul "posto fisso" che
portano il ministro in rotta di collisione con la sua stessa
maggioranza e lo avvicinano sempre più all'uscita dall'esecutivo.
Calderoli e Brancher, da sempre vicini a Tremonti, hanno cercato in
ogni modo di ricucire lo strappo.
Uno strappo diventato insanabile quando, su precisa richiesta di
alcuni ministri (si vocifera Fitto, Scajola e Prestigiacomo che in
consiglio dei ministri si erano a lungo scontrati con Tremonti) nel
documento firmato dai vertici del Pdl è stato inserito il punto che
boccia l'idea tremontiana di "Banca del Sud" definendola «del tutto
controproducente» perchè minaccia gli istituti di credito con
l'istituzione di nuove banche pubbliche. Secondo gli estensori del
documento «servono invece buone banche private, in concorrenza fra
loro» e non nuove «ingerenze della politica, che presto o
tardi produrrebbero i danni del passato».
