Pechino, fatti coraggio e imita Taipei

Sabato scorso, la piccola isola di Taiwan ha celebrato il 10/10. La grande festa nazionale, che unisce l'amore dei cinesi per i numeri e la distanza anche formale dalla Cina popolare (che adora invece l'8), è stata funestata da accuse e contro-accuse fra governo e opposizione sul tema scottante della corruzione. Con l'ex presidente - il democratico Chen Shui-bian - in galera proprio per appropriazione illecita, la piccola realtà democratica si è ritrovata meno unita che mai. Ma almeno, e non è poco, il dibattito interno segnala che la sua democrazia è viva e vegeta.

Lo sottolinea anche il grande dissidente cinese Bao Tong, che in un saggio sul "Doppio dieci" presenta Taiwan come «il modello di democrazia e lotta alla corruzione a cui Pechino deve ispirarsi per la riunificazione fra le "due Cine"». Bao Tong è stato collaboratore dell'ex segretario comunista Zhao Ziyang e, come lui, fermamente contrario al massacro di Tiananamen. Proprio per questa pubblica opposizione, è stato condannato a sette anni di prigionia; oggi vive sotto lo stretto controllo della polizia. Quest'anno, a causa delle distruzioni provocate dal tifone Morakot, il presidente Ma Ying-jeou ha cancellato tutte le cerimonie per la festa nazionale. Nonostante ciò, secondo Bao Tong, Taiwan si considera erede della Repubblica di Cina fondata da Sun Yat-sen con la caduta dell'impero (1911).

Taiwan è infatti l'unica istituzione cinese in cui c'è una forma piena di democrazia. «A Taiwan, dove non esiste il socialismo, è possibile combattere la corruzione in modo aperto... In Cina, dove noi godiamo dei benefici della dittatura del proletariato, masse di persone che protestano contro la corruzione vengono soppresse come creatori di disordini. I tribunali di Taiwan hanno il potere di giudicare alte personalità del governo... In Cina, dove non c'è la separazione di poteri e tutto è controllato dal partito, hai bisogno del permesso del segretario provinciale del partito per una denuncia contro un rappresentante del potere».

Ricordando un famoso detto di Mao - «la riunificazione [con Taiwan] si può raggiungere solo con la democrazia» - Bao Tong afferma che «solo la riunificazione sulla base della democrazia porterà felicità ai cinesi da entrambi i lati dello Stretto». I 60 anni di governo comunista in Cina contengono inoltre una «grossa bugia. Nei primi 30 anni, decine di milioni di persone sono morte per fame o sono stati "combattuti a morte" sotto la bandiera della rivoluzione... Nei secondi 30 anni, chiunque ha difeso i diritti civili e costituzionali, la libertà religiosa, l'autonomia etnica è stato dichiarato in blocco nemico del popolo, e tutto in nome della stabilità».

Pechino, è il senso dello scritto, dovrebbe prendere coraggio e imitare il suo scomodo vicino sulla strada della democrazia. Le cause della fragilità strutturale della Cina sono note a molti, ma pochi hanno il coraggio di affermare che soltanto con la caduta del partito Comunista si potrà cercare di normalizzare la più grave anomalia del nostro pianeta. Non è una battaglia per cinesi e sinologi: è una questione vitale per l'equilibrio geopolitico in cui tutti noi sguazziamo.

 

martedì 13 ottobre 2009 Vincenzo Faccioli Pintozzi
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